«Il Natale è una sospensione, un'interruzione nel corso delle nostre esistenze. È un messaggio di pace e pacificazione che ci costringe a fare i conti con la violenza delle nostre civiltà».
Anche parlando di Natale, l'interesse di René Girard è irresistibilmente attratto dai meccanismi di violenza che segnano e condizionano l'attività sociale degli uomini. 82 anni, filosofo, critico, studioso delle religioni, da decenni professore in molte università americane (ultima Stanford, dove si è definitivamente stabilito), Girard ha seguito gli effetti della violenza attraverso la letteratura, l'antropologia, la psicologia, la critica biblica. I suoi tanti libri e articoli - La violenza e il sacro, La pietra dello scandalo, Il capro espiatorio, Vedo Satana cadere come la folgore, Shakespeare e il teatro dell'invidia - ruotano attorno a quella che lui stesso, scherzosamente, ha definito un'"idea fissa": i modi in cui il capro espiatorio fonda, unifica, preserva una cultura.
«Perché la nascita di Gesù è fin dall'inizio narrata dal Vangelo come un atto di amore puro, purgato di qualsiasi elemento di violenza, interesse, depurato persino dal sesso. È una rottura potente con il mondo mitologico e con le religioni arcaiche, dove le nascite erano spesso segnate da un atto di violenza, uno stupro, un conflitto macchiato di sangue. Nella nascita di Cristo c'è solo bontà, innocenza, e questo rende inevitabile il confronto con la realtà dell'organizzazione sociale umana. È d'altra parte uno scarto che tutta la vicenda terrena di Gesù Cristo suggerisce».
«Sì, ma Cristo è un capro espiatorio rivoluzionario, che rompe col passato. La mia ipotesi è che ogni società in crisi produca capri espiatori. Le rivalità degenerano, per contagio mimetico si diffonde un sentimento di vendetta, esplode la violenza più bestiale. La folla ha bisogno di un colpevole su cui riversare le proprie frustrazioni, e che una volta sacrificato possa essere sacralizzato in quanto salvatore della comunità e dell'ordine sociale. Questo è appunto il sacro identificato con la violenza tipico delle religioni primitive».
«Sì, che è fondamentale per lo sviluppo delle nostre società. Per la prima volta il racconto di un sacrificio - quello di Cristo - viene fatto non dal punto di vista della folla, ma da quello del capro espiatorio. Nel mito di Edipo lui è colpevole e i tebani sono innocenti. È Edipo a causare la peste. Con l'avvento del Cristianesimo è la folla a essere colpevole, e l'accusato innocente. Cristo si immola per il bene dell'Umanità. Il suo messaggio è che non ci debbano essere più vittime sacrificali, più sacrifici in nome della coesione sociale. La crisi deve essere insomma risolta con il ricorso alla non-violenza. È questa verità che la celebrazione della nascita di Cristo rinnova ogni volta, e che rende il Natale una festa in qualche modo eterodossa, disturbante».
«Sì, ma soltanto in parte. Perché a Natale il meccanismo del dono acquista una natura tutta particolare e assente nel resto dell'anno. Il dono ha sempre una componente agonistica. Attraverso il dono cerchiamo di affermare un potere, acquisire prestigio all'interno della comunità, definire la nostra immagine nel mondo che ci circonda. Ma il Natale è il momento in cui il dono è per eccellenza reciproco. Io lo faccio a te, tu lo fai a me. Tutto è perfettamente simmetrico. Non c'è competizione. Come se per celebrare la nascita di Gesù, che è innocenza, deponessimo per un momento ogni rapporto di forza, ogni volontà di potenza, e ci facessimo prendere da un sentimento di mutua assistenza, di presa in carico dell'altro».
«Poco, ma non la biasimo. Il Natale è rimasto forse l'unico vero momento in cui la comunità cristiana si riunisce per celebrare qualcosa di comune e religiosamente significativo. Il processo di secolarizzazione è ormai in fase avanzata. Il Natale è l'unico momento condiviso da tutti, credenti e non credenti, fedeli e non. Perché la Chiesa dovrebbe censurarne gli aspetti più mondani, consumistici, rischiando di allontanare una parte considerevole di chi lo celebra?».
«Sì, nell'antica Roma in questo periodo si celebravano i saturnali, un periodo di pace con banchetti e scambio di regali. Poi, con Aureliano, il 25 dicembre è consacrato alla festa del Dio Sole. Anche per contrastare il diffondersi di questi riti pagani la Chiesa decide di celebrare in quello stesso giorno la nascita di Gesù, "sole di giustizia". Non c'è del resto alcuna prova che Gesù sia nato il 25 dicembre. I Vangeli di Matteo e Luca, che raccontano la Natività, non fissano mai giorno, mese o anno. Ma poco importa. Il significato del Natale non è storico, ma appunto antropologico: con la nascita di Gesù il Cristianesimo rompe con le religioni pagane e la mitologia, introduce un nuovo sistema di valori, nuovi orizzonti legati al riscatto dell'umanità attraverso la negazione del sacrificio espiatorio».
«Il Natale ha subito il destino di molte altre festività, che oggi tendono a diventare sempre più "vacanza". Basta considerare il dibattito in Francia sulla conservazione del lunedì di Pentacoste festivo. Chi discute degli aspetti religiosi e simbolici legati alla festività? Tutto ruota attorno alle questioni della produzione, dei salari, dei gruppi di lavoratori chiamati a lavorare quel lunedì. Le festività perdono così una loro forte, precisa connotazione simbolica, per diventare generici contenitori di non-lavoro, di riposo e tempo libero
Parla Renè Girard: "La festa è ora in vacanza" da "La Repubblica", 23-12-05 Segnalazione di Luigi De Paoli
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