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I contributi originali e firmati, i comunicati stampa e le segnalazioni inerenti ai temi del Portale - con citazione delle fonti -, vengono pubblicati su questa pagina, sotto la diretta responsabilità degli autori, per la durata di trenta giorni. I più significativi vengono successivamente trasferiti in Archivio.

Scrivere a: postmaster@evangelodalbasso.net

pubblicato il giorno 8 marzo 2010

COMUNICATO STAMPA

La questione del crocifisso è del tutto aperta davanti alla Corte di Strasburgo. Tanti sono i credenti che, in nome del Vangelo, sono in radicale disaccordo con quanti usano il crocifisso per campagne fondate su una vecchia idea di cristianità oppure per propaganda politica

Il funzionamento della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, di fronte alla enorme quantità di ricorsi (50.000 all’anno), prevede dei filtri, il primo per l’ammissione al primo grado di giudizio, il secondo per poter accedere all’appello presso la Grande Chambre, composta di 17 membri. Il lasciapassare per l’appello viene deciso da un collegio di cinque giudici che devono solo valutare se esistono “gravi problemi di interpretazione o di applicazione” o se “ci si trova di fronte a “un’importante questione di carattere generale”. Ciò premesso, era quindi del tutto prevedibile il via libera al secondo grado, su ricorso del governo italiano, nei confronti della sentenza sul crocifisso del 3 novembre, stante l’importanza del caso e il clamore suscitato.

La questione è quindi completamente aperta e si attende nei prossimi mesi la sentenza definitiva. E’ quindi curioso che si sostenga, come fa il ministro degli Esteri Frattini “che sono stati accolti i numerosi e articolati motivi di appello presentati dall’Italia”. Ugualmente mi sembrano fuori luogo le tante voci di esultanza di diversa provenienza di cui si ha notizia. La “Padania” di oggi, poi, apre in prima pagina a caratteri cubitali con “Sì ai crocifissi, retromarcia UE” aggiungendo “Il carroccio per primo aveva dato l’allarme, in pericolo la libertà religiosa e le nostre radici cristiane”. Una tale arroganza appare ridicola da parte di un partito che da settimane usa il crocifisso per la propria propaganda, mentre contemporaneamente non ha mai abbandonato l’adorazione del dio Po.

Ugualmente la dichiarazione del Card.Bagnasco sembra dare per acquisita una marcia indietro della Corte, che, allo stato dei fatti, mi sembra avere scarso fondamento nella realtà.

Su questo problema in Europa ci sono opinioni molto diversificate, tutt’altro che a senso unico, e comunque, fuori dal nostro paese, l’interesse è stato fino ad ora modesto. In Italia sembra che esista un consenso ampio nella critica alla sentenza a causa dell’appoggio bipartisan al ricorso del governo alla Grande Chambre. Sicuramente sono fuori da questo coro emotivo e di tipo nazionalpopolare tanti credenti, che hanno poca voce o nessuna voce nei media e che ritengono sostanzialmente corretta la sentenza, per niente ostile ai valori della religione o della spiritualità e non espressione di vecchio laicismo.

Mi piace esprimere questo collettivo punto di vista con le parole della Presidente delle Teologhe italiane Marinella Perroni (in un’intervista a Marco Politi su “Il Fatto quotidiano” del 6 novembre) :”Sono discussioni che hanno poco a che fare con Gesù Cristo e con il modo di vivere la fede”, “il richiamo alla croce rimanda ad altre questioni : il richiamo all’identità, la difesa dell’italianità e, più nel profondo, la paura dell’immigrazione e dell’Islam” “È terribile che la croce possa servire a fare violenza, anche solo verbale. La croce è un testo, una narrazione della morte e resurrezione di Cristo, che invita ad un comportamento da tenere. Guai se diventa un pretesto. Perché non si riesce a fare una riflessione ad alto livello sulla sentenza della Corte di Strasburgo?”. “Il fatto è che l’Italia è la prima e ultima provincia del Vaticano. E dunque assume un valore esemplare”. “Vorrei che la Chiesa aprisse una riflessione con tutte le anime della cattolicità e del cristianesimo del nostro Paese su ciò che significa essere testimoni della fede oggi in Italia”.

Vittorio Bellavite, portavoce di Noi Siamo Chiesa

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pubblicato il giorno 8 marzo 2010

GIUSTIZIA CHE TRASFORMA

Tra gli appunti sparsi disordinatamente sulla scrivania ho ritrovato un mio vecchio articolo sulla Giustizia e sul Carcere, facce della stessa medaglia che dovrebbero trasformare al cambiamento di mentalità il colpevole e rendere migliore l’intera società.

Le parole su questa pagina ingiallita dagli anni trascorsi, possono ancora essere utili per pensare a quanti vivono nella marginalità, emarginando gli altri, e così facendo si crea una vera “giustizia ingiusta”, che poggia le fondamenta su due basi: il mancato riconoscimento dei diritti altrui, e il fatto di confondere ottusamente l’omertà con la solidarietà.

Due atteggiamenti di comodo, dettati da una necessità di sopravvivenza che però si maschera da “giustizia sociale”.

Quando si sta ai margini, ogni situazione, ogni limite e distanza, sono usate per giustificare le proprie azioni, la colpa è sempre degli altri che non ascoltano, non aiutano, rimangono indifferenti, eppure anche se povertà e solitudini creano ingiustizie, non sono sufficienti ad assolvere alcuno dalle proprie responsabilità.
Quale giustizia e quale pena possono arginare l’illegalità diffusa, la furbizia assunta a valore, la violenza cresciuta professionalmente ed economicamente, se il carcere continua a essere il luogo nel quale più di ogni altro si genera e si rigenera l’esclusione. Sebbene nel suo perimetro chiuso non ci siano eroi, ma unicamente uomini sconfitti, la pratica diventa metodo consolidato, si muore attaccati a una corda, si muore inascoltati da una giustizia che momentaneamente è nella posizione di non potere vedere le sue tante ingiustizie.

Forse bisogna di immaginare una giustizia diversa, finalmente condivisa, che non si risolva in una condanna e in una pena meramente da scontare, un debito da pagare senza alcuna consapevolezza di quanto sia difficile tentare una possibile riparazione, partecipando attivamente affinchè il carcere recuperi davvero alla società: e ciò potrà avverarsi quando esso stesso sarà recuperato dal consorzio civile.
Per un detenuto, per un operatore, per una società che è comunque e sempre coinvolta nella sua opera di risanamento, dovrebbe significare che il tempo non sia un tragitto che scivola addosso, con poca importanza e nessuna dignità.

C’è necessità di partecipare a una buona Giustizia, a un carcere davvero utile, che non renda oltremodo inumana la disumanità. Su questi pilastri della convivenza civile non è sufficiente dire la propria usando toni aspri, dialettiche violente, forse occorrerà partecipare con la forza delle idee, con atteggiamenti che non banalizzano un problema che sta minando la percezione di equità e compassione.
La Giustizia è dimensione che ha bisogno di buona volontà per migliorare le cose e le persone, anche dentro una cella, ma per non concorrere a una civiltà che muore, non dobbiamo accontentarci di avere dei numeri, degli oggetti ingombranti, ma uomini da aiutare per diventare a propria volta perni su cui fare girare tanti altri in difficoltà.

Parlare di ciò è anche un po’ il pane del perdono, quel segno tangibile di una riconciliazione, un senso ritrovato nell’onore riconquistato, un pane e una dignità meritati sul campo, sul terreno fertile di una giustizia e di una pena a misura di uomo.

Vincenzo Andraous

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pubblicato il giorno 8 marzo 2010

IDEE SPARSE

Carissimi/e,
con piacere vi segnalo la trascrizione che ho fatto di un intervento, direi più una bella lezione, di Rita Borsellino (non ha bisogno di presentazioni), nel quale spiega le origini e i meccanismi della Mafia, a partire da una lettura intellettuale, ma anche con un approccio molto umano considerando il lutto subito dalla sua famiglia.

Credo valga la pena diffonderla, perché è molto semplice ma molto chiara.

Saluti critici e consapevoli

Patrizia Morgante
http://pensieri.mandalaweb.info/
Idee-Sparse-di-Patrizia

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pubblicato il giorno 8 marzo 2010

IL TIRAPUGNI DEL BULLO

Un fermo di routine della Polizia di Stato ha consentito il ritrovamento di un tirapugni sull’auto di un ragazzo da poco diventato diciottenne, un tirapugni per incontrarsi dietro l’angolo. Forse non è il caso di farne un dramma, di esagerare con le parole, di mischiare quel che è successo con ciò che non è possibile prevedere, ma la mia esperienza, unita a quella di tanti altri ragazzi che faticando, lavorando, impegnandosi, ritornano a vivere nella Comunità Casa del Giovane, mi spingono a pensarla diversamente, a tenere ben presente il rischio che possa accadere l’irreparabile, ciò che nessun padre e nessuna madre vorrebbero succedesse al proprio figlio, cìò che un adolescente non riesce neppure a immaginare, la vita a perdere di qualcuno, la propria esistenza gettata in pasto a una cella lontana dalla propria famiglia.

Troppe sono le storie anonime che mi rammentano come nasce una tragedia, un dolore insopportabile, accade sempre così, con una sciocchezza autorizzata a passare inosservata, poi è troppo tardi per tentare di rimettere insieme i cocci.

Rammento una pietra raccolta in gran fretta, il mito della forza, la prevaricazione, la violenza al palo, in attesa, pronta a fare il suo "dovere", alla prima occasione, con tutto il carico di disperazione che ne è seguita.

Un tirapugni come quello che nei film sta nelle tasche dello studente nero americano, dentro e fuori la scuola, un simbolo, un totem, un colore acceso per riconoscere la riserva, dove agli altri non è permesso entrare, osservare, vedere, mentre a chi partecipa al banchetto "tutto è condiviso", tutto, anche la follia inaspettata, quella che non risparmia nessuno.

Una cosa da poco quel tirapugni, un bravo ragazzo incappato in una bravata, ma l’avventura del salto in avanti a occhi bendati, comincia sempre così, con la paura di vivere a soli diciotto anni, dove " vivere" sta nell’esibizione della forza che fa sparire qualunque inadeguatezza.

E’ fin troppo chiaro il segnale, la luce rossa d’emergenza, il fermo e il blocco che costringe a una paralisi culturale che si espande, come se la stessa ricerca evolutiva del giovane adulto fosse un optional di cui poter fare a meno, mentre si è liberi soltanto dopo avere ben rovistato nella nostra testa, nella nostra pancia, per liberarci della nostra incultura, illegalità, che generano indifferenza e disattenzione per i nostri limiti.

Riflettendo su quel metallo intorno alle dita di una mano, in attesa di infrangersi sui denti di un coetaneo, possiamo renderci conto di quanto male faccia togliere ai più giovani la necessità di un impegno che obbligatoriamente deve consegnare fatica da fare per inquadrare un obiettivo compatibile con il carattere individuale di un adolescente, che sarà bene ricordare, non è un bene di consumo da bypassare costantemente.

Adesso bisogna allontanare la nebbia della confusione adulta, che genera e moltiplica uno stile comportamentale sbilanciato sull’ottenimento del tutto e subito, piuttosto che attraverso il rispetto per se stessi e per gli altri, che è autorevolezza, non certo violenza come pratica quotidiana, che conduce dritti al vicolo cieco, dove è molto facile entrare, quasi impossibile uscire.

Vincenzo Andraous

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