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2 luglio 2009
Carissimi/e, vi allego un articolo sulle prospettive di una nuova economia. Ma a certe condizioni. Pace e bene, Gigi
A COSA POTREBBE ASSOMIGLIARE UN VERO «NEW DEAL VERDE»
di Peter Custers *
E se la soluzione alla crisi fosse l'ecologia? Apparso nel mondo della finanza, il «grande disordine» attuale si è trasformato in un marasma economico dalle conseguenze drammatiche per l'intera società, soprattutto nei paesi poveri. I governi, in difficoltà, non trovano di meglio che stanziare miliardi per i loro amici banchieri, per l'industria automobilistica, per programmi di grandi opere... A partire dalla Convenzione che ha designato Barack Obama come candidato democratico per le elezioni presidenziali è stata evocata la necessità di un New Deal - Nuova Distribuzione o Nuova Era - definizione data alle misure economiche e sociali del presidente americano Franklin Roosevelt durante la Grande Depressione degli anni 1930. Ora il termine si è arricchito dell'aggettivo «verde», un colore decisamente alla moda con il quale rivestire i piani di rilancio. La mobilitazione dell'economia mondiale a favore delle tecnologie «pulite» sarebbe la migliore strategia per combattere il cambiamento climatico, regolamentare il problema delle risorse non rinnovabili e creare occupazione. L'idea seduce, a condizione, tuttavia, che non si tratti di un escamotage ideologico dei poteri forti per mostrare buona coscienza e ridare verginità al capitalismo, quando la sfida reale è quella di rompere radicalmente con i meccanismi di mercato.
Da qualche mese, l'idea di un «New Deal verde» seduce un numero crescente di dirigenti politici in tutto il mondo. In reazione alla crisi finanziaria, i governi dei grandi paesi capitalisti e anche delle potenze emergenti dell'Asia ricorrono a ogni genere di misure per tentare di fermare la recessione e sottrarre le loro economie al marasma. Le autorità americane e cinesi hanno così deciso di investire nel rilancio delle infrastrutture pubbliche e nella produzione di energie rinnovabili.
E tuttavia, le virtù sociali ed ecologiche attribuite a questo tipo di misure devono essere considerate con attenzione. Anche se si assiste ad una innegabile modificazione delle politiche neoliberiste messe in opera qualche decennio fa, rimane da appurare se la nozione di «New Deal verde» sia realmente appropriata per designare questo nuovo orientamento. L'espressione è entrata nel vocabolario dei decisori prima ancora di essere stata definita con chiarezza (1). È dunque il momento di sottoporla ad un esame critico. Un «New Deal verde» consisterebbe in un insieme di misure governative per stimolare l'attività economica di un paese tramite incentivi fiscali e facilitazioni di accesso al mercato. Storicamente, la nozione di «New Deal» esisteva già prima di John Maynard Keynes.
Certo, le misure che ne derivano possono senz'altro essere analizzate attraverso la griglia analitica di Keynes. Ma, diversamente dalle teorie care all'economista, le misure adottate nel quadro di un «New Deal verde» hanno senso se riescono a rispondere simultaneamente a criteri sociali e ambientali. Da una parte, tali misure hanno l'obiettivo di arginare le conseguenze sociali più nefaste dell'attuale crisi, come l'incremento brutale del tasso di disoccupazione. D'altra parte, esse devono comportare un nuovo orientamento generale della politica nel senso di un'economia più attenta all'ambiente, il che implica una transizione verso un'economia indipendente dalle energie fossili.È in presenza di entrambe queste condizioni che si può parlare realmente di un «New Deal verde».
Il New Deal di Roosevelt non sembra aver apportato un grande risultato in materia di intervento dello stato nell'economia. Secondo gli economisti Paul Baran e Paul Sweezy, la debolezza del dispositivo è stata nel fatto che le misure keynesiane a vocazione sociale sono rimaste molto limitate.Si racconta che, negli anni 1930, Keynes decise un bel giorno di bussare alla porta della Casa bianca. Nel corso di un'animata discussione con Roosevelt, l'economista sostenne la necessità di lasciare aumentare il debito pubblico in modo sostanzioso. Ma il presidente non intendeva ammorbidire la sua politica di equilibrio di bilancio. Misurati in dollari attuali, le spese del governo sarebbero passate da 10,2 miliardi di dollari nel 1929 a 17,5 miliardi nel 1939, ovvero un aumento del 70%, mentre al tempo stesso il Prodotto interno Lordo (Pil) scendeva da 104,4 miliardi di dollari a 91,1 miliardi (2). Da qui sono derivate le critiche severe che si è attirato il New Deal di Roosevelt: le componenti sociali del dispositivo non erano all'altezza della crisi.
Ciò nonostante, con la distanza storica, il New Deal appare come un'esperienza feconda. Dal momento che i media gratificano volentieri il programma del presidente Barack Obama come «New Deal verde», è importante sottolineare che il New Deal di Roosevelt era essenzialmente un programma civile. Le spese militari del governo americano sono certo aumentate tra il 1929 e il 1939, ma in proporzioni tutto sommato modeste. Nel 1929, tali spese rappresentavano lo 0,7 % del Pil. Dieci anni più tardi, tale percentuale era passata all'1,4 % (3). Sebbene gli investimenti dell'amministrazione Roosevelt non possano qualificarsi come «verdi», essi presentavano tutte le caratteristiche di un piano di spese civili destinati alla ripresa del meccanismo economico.
Tale premessa storica consente di stabilire un primo criterio valutativo dei differenti programmi avviati nel 2008 e 2009, e mostra che l'etichetta « New Deal » non può in ogni caso essere pertinente a una politica di aumento dei finanziamenti militari. La definizione presuppone al contrario che vengano soppressi programmi di acquisizione di nuovi sistemi di armamenti (4). Soltanto una volontà risoluta e non equivoca di ridurre il bilancio della Difesa statunitense giustificherebbe una comparazione con il New Deal de Roosevelt. Sotto l'amministrazione di George W.Bush, le spese militari ammontavano a più di mille miliardi di dollari l'anno, pari all'8% del Pil (5)! Un nuovo New Deal - a maggior ragione se si aggiunge la qualifica di «verde» - ha senso se promuove un ambizioso programma di investimenti civili. Il secondo criterio riguarda la parte più creativa delle politiche pubbliche, laddove i governi proclamano la loro intenzione di rendere l'economia meno distruttiva per l'ambiente. Cosa intendiamo in realtà quando utilizziamo l'espressione «investimento verde» o «spese verdi»?
Un principio assai teorico in apparenza, e tuttavia essenziale, consisterebbe nel condizionare tali spese alla loro produttività intrinseca, ovvero non alla loro capacità di creare profitti, ma all'apporto concreto che esse forniscono per la conservazione della vita e della biodiversità sulla terra (6). Ciò implicherebbe non soltanto la rinuncia alla produzione di sistemi di armamenti smisurati, ma anche la fine di tutti gli investimenti che presentano caratteri paradossali, intendendo con ciò le spese che concorrono al miglioramento del livello di vita ma che, al tempo stesso, esercitano un effetto negativo sulla salute degli esseri umani e sul loro habitat naturale. In terzo luogo, un reale «New Deal verde» esige una rottura radicale con la politica neoliberista. Nell'attuale contesto di recessione, c'è da temere in effetti che i governi si accomodino controvoglia ad un'iniezione di keynesianismo senza per questo rimettere in causa i fondamenti della loro strategia economica. Se questa tendenza viene confermata, i loro investimenti avranno un impatto molto limitato.
Pensiamo ad esempio alla predisposizione delle autorità pubbliche a consacrare la maggior parte delle loro riserve finanziarie alla tutela delle banche e delle compagnie di assicurazione private. Uno dei problemi centrali dell'economia globalizzata, è che il settore della finanza ha il controllo delle risorse dell'economia reale - un'evoluzione temuta da Keynes, che tentò di opporvisi a suo tempo.Fino a quando prevarrà il sistema finanziario, la cui sola vocazione è di generare un massimo di profitto nel minor tempo possibile, l'attuazione di un'economia rispettosa dell'ambiente resterà una chimera. Poiché, ed è questo il nostro quarto criterio, si può parlare di un «New Deal verde» soltanto se questo prepara la transizione verso un sistema economico compatibile con la conservazione dell'ambiente.
Le politiche macro-economiche in corso devono servire a rilanciare la crescita o al contrario a stabilizzare la domanda? Per citare un solo esempio: le economie capitaliste hanno sempre preteso un'espansione senza fine del consumo di energia. Ora, bisogna domandarsi se questo superconsumo esponenziale potrà perdurare nel contesto di una sostituzione delle energie rinnovabili alle energie fossili. Da un punto di vista ecologico, soltanto una economia «stazionaria» o di «flusso circolare» permetterà di risolvere il problema dell'esaurimento delle risorse naturali (7). In tal senso, la crisi attuale rappresenta una possibilità storica. Poiché è improbabile che l'economia mondiale rallenti spontaneamente la sua folle corsa alla crescita, forse un trauma come quello che stiamo attualmente vivendo è necessario a portarla verso modalità migliori.
Per illustrare le possibilità di un «New Deal verde» come quello sopra definito, atteniamoci ad un esempio concreto. Uno dei paesi europei che hanno registrato progressi significativi in questo ambito è la Germania. La sua economia sta iniziando a passare dalla dipendenza totale dalle energie fossili ad un utilizzo crescente di energie come quella solare, eolica, geotermica e simili. Per favorire tale evoluzione, il governo tedesco ha adottato da qualche anno una politica di incentivi che, in una certa misura, merita l'appellativo sia di verde che di keynesiana (8). Grazie a tale approccio, il consumo di energie rinnovabili ha registrato in Germania un incremento continuo di almeno l'1% annuo. Nel 2007, rappresentava il 14,2% del consumo totale di elettricità nel paese.Essendo calato il ricorso alle energie fossili nella stessa percentuale, la Germania può affermare di aver fatto abbassare in maniera sostanziosa i gas a effetto serra. Secondo l'esperto tedesco di energie Herman Scheer, Berlino ottiene in tale ambito risultati che vanno ben al di là degli obiettivi prescritti dal Protocollo di Kyoto.
Non è dunque inutile osservare da vicino il sistema tedesco e vedere in quale misura può servire da esempio. Esso presenta tre caratteristiche fondamentali.
Anzitutto, i fornitori di energia sono costretti per legge ad approvvigionarsi presso i produttori di elettricità «pulita», il che attenua la loro dipendenza dalle multinazionali del nucleare o del petrolio. Inoltre, è il governo che fissa il loro prezzo presso i produttori di energie rinnovabili, tenendo presente la necessità di coprire le spese di produzione. Tali prezzi sono flessibili, dal momento che sono stabiliti in funzione della fonte di energia utilizzata.
Il loro livello generale resta tuttavia garantito, e questo per una durata assai lunga - venti anni in genere. Infine, i costi addizionali generati dalla produzione di energie non-fossili sono trasferiti, ovvero presi in carico dall'insieme dei consumatori - comprese le imprese - con una tassa applicata al consumo per kilowattora. Si tratta dunque di un sistema distributivo, nel quale spetta a tutta la popolazione assumersi la scelta dello sviluppo di energie sostenibili.
Con questo sistema, la Germania sembra ben attrezzata per operare questa transizione storica dalle materie inquinanti alle fonti energetiche che non emettono CO2. Il carattere «verde» di questo dispositivo può difficilmente essere contestato. I sostenitori fanno altresì valere il fatto che il sistema comporta anche una dimensione sociale, creando occupazione. Secondo differenti studi, sembra in effetti che non meno del 60% dell'occupazione industriale legata alle nuove energie (fabbricazione di pannelli solari, costruzioni di impianti eolici, ecc) derivi direttamente dalle misure di incentivi governativi (9). Ecco insomma come potrebbe configurarsi un «New Deal verde»: investimenti pubblici sostanziosi che incoraggino lo sfruttamento delle fonti di energie pulite, contribuendo alla lotta contro la disoccupazione in un contesto di crisi. L'esempio tedesco dimostra ampiamente la funzionalità di tale dispositivo.
Ma attenzione: tale transizione può realizzarsi solo se è condotta in maniera radicale, ovvero in rottura con una pratica comune nelle società occidentali dopo la rivoluzione industriale del XVIII secolo (10). Un rovesciamento di questo genere avrà tra l'altro la conseguenza di rendere le potenze capitaliste indipendenti dai produttori di energie fossili: sarebbe dunque la fine dello schema attuale, basato sull'estrazione e l'importazione/esportazione di gas e di petrolio.
Non dimentichiamo tuttavia che le tecnologie utilizzate per la produzione di energie pulite richiedono materie prime - i componenti dei pannelli solari, ad esempio - che sono a loro volta a rischio di esaurimento in un futuro prossimo. In altri termini: per garantire l'operatività del sistema, la transizione verso le fonti di energia non inquinanti deve andare di pari passo con una transizione verso una economia di crescita zero, ovvero di decrescita. Un governo che intende fare sua la bandiera del «New Deal verde» deve dire addio al keynesianismo militare, e concentrare la sua azione sugli investimenti e le misure di incentivi destinati alla protezione della vita sulla terra. Questo significa porre fine alla produzione di energia nucleare nonché agli investimenti che portano all'aggravamento del problema dei rifiuti o delle emissioni dei gas a effetto serra.
Inoltre, le spese specifiche necessarie alla produzione di energie alternative devono essere sostenute dal corpus sociale nel suo insieme, dal momento che la sopravvivenza del pianeta è interesse di ciascun individuo. Il ricorso alle energie rinnovabili permetterà di creare nuova occupazione e di migliorare il benessere collettivo, poiché non è concepibile un «New Deal verde» senza un «New Deal sociale».In definitiva, un dispositivo concepito secondo norme puramente keynesiane non porterebbe alcuna soluzione duratura. Infatti le teorie di Keynes sono state elaborate nel momento storico in cui la crescita folle era agli inizi. L'economia capitalista come sistema di accumulo di ricchezze e di spreco di risorse è destinata a scomparire, per lasciare il posto ad una economia stazionaria che preservi il pianeta invece che esaurirne le risorse. Tale transizione deve avvenire, ovviamente, a livello mondiale e in modo tale da rispettare gli interessi dei paesi del Sud del mondo. Per il momento, essa sembra ancora utopica - come sembrava utopica la nozione del «New Deal verde» fino a qualche anno fa....
da Il Manifesto - Le Monde Diplomatique, Maggio 09
note:* Ricercatore presso l'International Institute for Asian Studies (Iias), autore di Questioning Globalized Militarism. Nuclear and Military Production and Critical Economic Theory, Merlin Press, London/Tulika Publishers, New Delhi, 2007.
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VEDERE LA AURA
QUESTIONI INTORNO A GESÙ DOPO LA RISURREZIONE
Un lettore mi ha scritto quanto segue: Mi permetto di porti una domanda che da tempo mi frulla nella testa.
Nella Parola di Dio troviamo che i due discepoli di Emmaus riconobbero Gesù solo "nello spezzare il pane". Non sono mai riuscito a capire il perche'. Da cosa lo riconobbero? Non capisco se Gesù fece un gesto particolare o perche' magari prima aveva ringraziato il Padre.
Poi non capisco perche' dopo la resurrezione i "suoi" non lo hanno riconosciuto: Maria, i discepoli...
Un’ultima cosa, scusa ancora, perche' non si fece toccare da Maria, ma dopo chiese a Tommaso di farlo.
Scusa il disturbo, ma sono domande che da anni non hanno trovato alcuna soluzione. Ti ringrazio di cuore per la tua disponibilita'.
La mia risposta comincia cosi': Sorvolo qui sul fatto curioso che alcuni cristiani usino il brano dell’incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus e il fatto che egli abbia rotto il pane con loro (Lc 24), per parlare della "cena del Signore". Ci si immagini dei seguaci sconfitti e delusi che si mettevano a celebrare la cena del nuovo patto con uno sconosciuto! Questi discepoli in pieno lutto per la morte di Gesù, invitarono tale eloquente sconosciuto a pernottare da loro (Lc 24,28s). ... [Continua la lettura]
Dopo aver letto l'intero scritto, voi che rispondereste alle questioni in esso contenute?
Nicola Martella
25 giugno 2009
animusanimalis.com bestiario spirituale in pillole _________________________________________ Vi anticipiamo la “pillola visiva” di luglio 2009 invitandovi a vedere questa e l’intera collezione sul sito http://www.animusanimalis.com/ Il sito E’ dedicato a quei cari, vecchi, stupidi, incomprensibili e ridicoli esseri parlanti che siamo noi. Sei animali sono le chiavi d’ingresso all’archivio delle “pillole visive”, per sorridere delle nostre miserie. Un’occhiata allo zoo è sempre istruttiva, e certe cose vanno viste, non spiegate. Contatti Potete naturalmente inviare i vostri commenti, le vostre perplessità, le vostre proteste, le vostre scomuniche via mail a info@animusanimalis.com
23 giugno 2009
Sono ateo e laico. Sono nato a Genova Sampierdarena nel 1926.
Ho avuto la gradita sorpresa di leggere la lettera che don Farinella genovese ha inviato al Cardinale Bagnasco, genovese, e ciò mi ha fatto capire che ci sarà un comune futuro per credenti e non credenti.
Grazie
Vittorio Ferrero
22 giugno 2009
Carissimi/e, lo specchio che, a volte, meglio riflette l'immagine di una società e di un mercato "senza regole" può essere la letteratura. Pace bene, Gigi
IL MERCATO NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE
di Alessandro Penati
Come si traduce Antitrust in italiano? Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato: una denominazione che sottolinea con chiarezza come la libera iniziativa economica in un mercato dove prevale la concorrenza sia un bene per tutti i cittadini. E come lo Stato abbia il compito e il dovere di intervenire come arbitro imparziale per impedire abusi, eliminare handicap e privilegi, e sanzionare comportamenti scorretti. I principi che reggono un mercato concorrenziale - il merito, le pari opportunità, la trasparenza dei comportamenti, la chiarezza delle regole e il loro rispetto - sono anche quelli che la stragrande maggioranza degli italiani vorrebbe che fossero alla base del convivere nel nostro Paese; almeno, a giudicare dal successo di vendita di libri che denunciano caste e privilegi, e dal numero di invocazioni che si levano, spesso a sproposito, alla "meritocrazia" e alla "concorrenza". Verrebbe quasi da dire che tre sono le passioni che accomunano gli italiani, al di là di ogni differenza di reddito, cultura e fede politica: la Ferrari, la Nazionale e la meritocrazia.
Allora, perché a tanta passione corrisponde una realtà così diversa? Penso di averlo capito leggendo una vecchia edizione di un classico della letteratura, Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carrol.
«Facevano davvero una strana comitiva, riuniti lì sulla sponda: gli uccelli con le piume infangate, gli animali con il pelo tutto appiccicato addosso e tutti zuppi [...] "Volevo dire," disse il Dodo in tono offeso, "che la cosa migliore per asciugarci tutti sarebbe una corsa stile Caucus ". "Che cos' è un Caucus?" disse Alice [...] "Bè," disse il Dodo, "il modo migliore per spiegarlo è farlo". [...] Per prima cosa, tracciò la pista, vagamente circolare ("la forma esatta non ha importanza", disse) e poi tutta la comitiva vi fu distribuita un po' qua e un po' là.. Non ci fu nessun "Uno due tre via!", ma ciascuno partiva quando voleva e si fermava quando voleva, così che non era facile capire quando finiva la corsa. In ogni modo dopo una mezz' oretta che correvano o giù di lì, quando tutti furono di nuovo asciutti, il Dodo gridò all' improvviso: "Fine della corsa!",e tutti gli si affollarono intorno, ansanti, a chiedergli: "Ma chi ha vinto?".
A questa domanda, il Dodo non poteva rispondere senza una lunga riflessione, e rimase pertanto a lungo con l' indice premuto sulla fronte [...] mentre tutti gli altri aspettavano in silenzio. Finalmente il Dodo disse: "Hanno vinto tutti e tutti debbono ricevere un premio". "Ma i premi chi ce li dà?" rispose un coro di voci. "Lei, naturalmente", disse il Dodo, puntando il dito verso Alice; e tutti le si accalcarono intorno chiassosamente, gridando: "I premi! I premi!". Alice non aveva idea di cosa fare, e nella disperazione si mise una mano in tasca estraendone una scatola di canditi [...] che distribuì come premi. Ce ne fu precisamente uno per ciascuno. "Ma anche lei deve avere un premio", disse il Topo. "Certo" rispose il Dodo con gravità. "Cos' altro hai lì nella tasca?" continuò, rivolto ad Alice. "Solo un ditale", disse triste Alice. "Dai qua" disse il Dodo. E di nuovo si affollarono intorno a lei mentre il Dodo le consegnava con fare cerimonioso il ditale scandendo: "Ti preghiamo di accettare questo elegante ditale." Al termine di questo breve discorso, scrosciò un applauso generale. Ad Alice tutto ciò pareva assolutamente assurdo [...]»
Il Caucus del Dodo è la più spassosa, dissacrante, accurata e penetrante rappresentazione di cosa sia il mercato in Italia. Dovrebbe essere una competizione, dove tutti partono sullo stesso piano, senza vantaggi o handicap; nel pieno rispetto delle regole, chiare e uguali per tutti; dove c' è un arbitro che punisce chi le viola; dove vince chi più lo merita; e chi perde, accetta la sconfitta, sicuro che non ci sono stati imbrogli o ingiustizie.
La gara del Dodo invece, si basa proprio sull' assenza di regole: ognuno corre in circolo quanto e come vuole. Non c' è "Uno due tre via!", ma c' è chi parte prima, e chi dopo. Proprio come in Italia. Non ci sono regole, tutti gli animali ne sono consapevoli; ma - attenzione - ciò nonostante sono perfettamente a proprio agio. Qualcuno borbotta o ridacchia: ma nessuno protesta. Le analogie continuano.
Lo Stato che stabilisce le regole (il Dodo), lo fa in modo così astruso che il loro rispetto formale (perché gli animali rispettano le regole del Caucus!) appare, agli occhi disincantati di Alice, come un continuo abuso. Ma non è così per gli animali che vi partecipano. E anche quando deve imporre il rispetto delle regole (o non-regole) il Dodo lo fa in modo arbitrario e discrezionale: "Fine della gara!".
Chissà perché, ma quando l' ho letto mi è venuto in mente l' ex Governatore della Banca d' Italia, Antonio Fazio, per me ancora oggi un modello di arbitrio dirigistico all' italiana. Alla fine, non vince il migliore, ma tutti pretendono di vincere. In Italia tutti domandano a gran voce merito e concorrenza, ma pochi sono veramente pronti ad accettarne le conseguenze. Come ha scritto Beppe Severgnini, gli italiani vogliono vincere, ma hanno paura di perdere: così preferiscono il pareggio.
La consapevolezza che il non-merito e la non-regola sono la regola, fa sì che si consideri ammanicato o imbroglione chi ha successo negli affari, e raccomandato chi fa carriera nel lavoro. Spesso è vero. Tutti borbottano. Nessuno se ne scandalizza. Alice vorrebbe scoppiare a ridere di fronte a un tale circo. Ma l' aria severa e i gesti solenni del Dodo la ammutoliscono. E il Dodo è così preso dal proprio ruolo da dimenticarsi, e far dimenticare, di essere solo una comparsa in una farsa. Imprenditori, politici, banchieri, professori, giuristi, giornalisti: in Italia, tutti si prendono tremendamente sul serio, anche quando il farlo richiede di sacrificare una bella fetta di onestà intellettuale.
Così, abbiamo
manager e imprenditori che prosperano grazie a posizioni dominanti e rapporti privilegiati con lo Stato, che si ergono a paladini del libero mercato;
banchieri che affollano i convegni sulla tutela dei risparmiatori;
capitalisti che, insieme ai loro consulenti legali, tengono conferenze sulla corporate governance dopo aver calpestato i diritti dei propri azionisti;
professori universitari e giornalisti che predicano la meritocrazia e meccanismi competitivi per la selezione della classe dirigente, dimenticandosi che a casa loro sono principi sconosciuti;
sindacati, Confindustria, banchieri, ordini professionali, che agiscono sempre nel supremo interesse del Paese, anche se tutti sanno che la loro ragion d' essere è la difesa di precisi interessi costituiti;
e politici che promuovono la propria personale influenza e potere economico nel nome del libero mercato o di un dirigismo illuminato, a seconda dei tempi.
E che dire dell' applauso generale per il solenne discorso del Dodo alla premiazione di Alice? A me fa venire in mente l' Assemblea di Confindustria e le Considerazioni Finali del Governatore. Anni fa, pensavo che prima o poi qualcuno avrebbe gridato "Il re è nudo!", gettando nello sconforto il Paese delle Meraviglie. Ma peccavo di ingenuità. Il mercato all' italiana va preso come il sogno di Alice: i sogni possono essere consolatori o spaventosi, ma non si possono cambiare. Vanno vissuti così come sono. Una volta sarei stato tacciato di qualunquismo; oggi probabilmente l' accusa è di pessimismo e catastrofismo. Ma cosa importa? Basta fare la riverenza fingendo l' aria più solenne che si può. Come Alice.
La Repubblica — 17 giugno 2009
INTERDEPENDENCE
Il 4 giugno il Presidente Obama ha pronunciato al Cairo un discorso che merita di essere considerato epocale. Il capo della massima potenza mondiale, erede del predominio planetario della civiltà occidentale, tende la mano a ciò che negli ultimi decenni è stato vissuto come il suo fondamentale antagonista, cioè il mondo islamico. Un discorso sincero, profondo e meditato che formalmente chiude lo scenario dello scontro di civiltà.
Pubblichiamo la traduzione di quel discorso, accompagnato da alcuni commenti di notevole rilievo: due di parte islamica, di Tariq Ramadan e di Hamza Roberto Piccardo, e uno di parte ebraica, di Stefano Levi Della Torre.
Mentre inviamo questa lettera, sta precipitando la situazione in Iran. Masse umane paragonabili a quelle che trent’anni fa provocarono la rivoluzione islamica ora premono per una democratizzazione del sistema. Se un bagno di sangue potesse venire scongiurato, dalla società iraniana emergerebbe una svolta di grande portata
www.interdependence.eu
[Newsletter Luglio 2009]
18 giugno 2009
Cari amici, care amiche, ricordiamo gli APPUNTAMENTI BIBLICI della prossima estate che si svolgeranno nel veronese e a Modena:
1) dal 22 al 28 giugno si terrà la settimana biblica Veronese; come positivamente sperimentato, dal lunedì al venerdì gli incontri saranno nel POMERIGGIO dalle 15,45 alle 19,30. Sabato e domenica orario continuato dalle 9,30 alle 19. E' necessario prenotarsi! Chi ha bisogno di OSPITALITA' lo comunichi subito (al 3358373877). Valuteremo insieme durante la settimana quando fermarsi per condividere i pasti; chi intende partecipare deve telefonare a:
Fausto(045 8920381) Elena (045 557102)
2) l'11 e 12 LUGLIO a MODENA (Parrocchia San Lazzaro, Via Livio Borri,90, 41100 Modena) : IL LIBRO DI RUT Studio biblico con il coordinamento di Suor Tea Frigerio, biblista, da molti anni in Brasile. Per le iscrizioni scrivere o telefonare:
Tel. 059.360399 cell. 3495179705 E-mail: donarrigo@inwind.it
Per chi avesse bisogno di pernottare chiediamo la collaborazione di portare lenzuola e asciugamano e di avvisare in anticipo.
3) l'8^ SETTIMANA BIBLICA NAZIONALE si terrà a "Ca Fornelletti" di Valeggio da domenica 23 Agosto con il pranzo fino a sabato 29 Agosto con il pranzo. Tema sarà "Profezia come Resistenza" dal periodo del post esilio, quando mancavano riferimenti precisi, la società era in crisi e la profezia diventa sapienza. Verranno letti brani dai libri di Giobbe,Giona, Qoelèt, il Cantico, ma anche profeti apocalittici come Daniele o Gioele.
Per maggiori informazioni visitate il sito ufficiale: scuola della parola www.laparolanellavita.com
Buon cammino a tutte e tutti.
Gruppi veronesi di Lettura Popolare della Bibbia
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16 giugno 2009
Carissimi/e, vi allego un commento sulle elezioni in Iran, precedute da un sondaggio. Può darsi... che non vi siano stati brogli. Pace bene, Gigi
IRAN: PARLA IL POPOLO
di Ken Ballen e Patrick Doherty (The Washington Post)
I risultati elettorali in Iran potrebbero riflettere la volontà del popolo iraniano. Molti esperti stanno sostenendo che il margine di vittoria del presidente in carica, Mahmoud Ahmadinejad, è stato il risultato di frodi o manipolazioni, tuttavia il nostro sondaggio dell’opinione pubblica iraniana a livello nazionale tre settimane prima del voto mostrava Ahmadinejad in testa con un margine di oltre 2 a 1 – superiore a quello con cui apparentemente ha vinto nelle elezioni di tre giorni fa.
Mentre i servizi giornalistici da Tehran nei giorni che hanno preceduto il voto rappresentavano una opinione pubblica iraniana entusiasta del principale avversario di Ahmadinejad, Mir Hossein Mussavi, il nostro campionamento scientifico in tutte e 30 le province dell’Iran mostrava Ahmadinejad in testa di parecchio.
I sondaggi nazionali indipendenti e non censurati dell’Iran sono rari. Di solito, i sondaggi pre-elettorali vengono condotti o monitorati dal governo, e sono notoriamente inaffidabili. Invece, il sondaggio realizzato dalla nostra organizzazione no-profit dall’11 al 20 maggio era il terzo di una serie negli ultimi due anni. Condotto per telefono da un Paese confinante, le rilevazioni sul campo sono state eseguite in Farsi da una società di sondaggi il cui lavoro nella regione per conto di ABC News e della BBC ha ricevuto un Emmy Award. Il nostro sondaggio è stato finanziato dal Rockefeller Brothers Fund.
L’ampiezza del sostegno per Ahmadinejad era evidente nel nostro sondaggio pre-elettorale. Nel corso della campagna elettorale, ad esempio, Mussavi ha sottolineato la sua identità di azero, il secondo gruppo etnico in Iran dopo quello dei persiani, per cercare di accattivarsi gli elettori azeri. Il nostro sondaggio indica, tuttavia, che gli azeri preferivano Ahmadinejad a Mussavi nel rapporto di due contro uno.
Gran parte dei commenti hanno rappresentato i giovani iraniani e Internet come precursori del cambiamento in queste elezioni. Ma il nostro sondaggio ha scoperto che solo un terzo degli iraniani hanno accesso a Internet, mentre, di tutti i gruppi di età, quello dei giovani fra i 18 e i 24 anni comprendeva il blocco di voti più forte a favore di Ahmadinejad.
Gli unici gruppi demografici nei quali Mussavi era in testa o competitivo rispetto ad Ahmadinejad, secondo i risultati del nostro sondaggio, erano gli studenti universitari e i laureati, e gli iraniani con la fascia di reddito più alta. Quando è stato realizzato il nostro sondaggio, inoltre quasi un terzo degli iraniani erano ancora indecisi. Tuttavia, le distribuzioni di riferimento che abbiamo trovato allora rispecchiano i risultati riferiti dalle autorità iraniane, il che indica la possibilità che il voto non sia il prodotto di frodi diffuse.
Alcuni potrebbero argomentare che il sostegno dichiarato per Ahmadinejad da noi rilevato riflettesse semplicemente la riluttanza degli intervistati impauriti a fornire risposte oneste ai rilevatori. Tuttavia, l’integrità dei nostri risultati è confermata dalle risposte politicamente rischiose che gli iraniani erano disposti a dare a un sacco di domande. Ad esempio, quasi quattro iraniani su cinque – compresa la maggioranza dei sostenitori di Ahmadinejad – hanno detto di voler cambiare il sistema politico per avere il diritto di eleggere la Guida Suprema, che attualmente non è soggetta al voto popolare. Analogamente, gli iraniani hanno definito libere elezioni e una libera stampa come le loro priorità più importanti per il governo, praticamente alla pari con il miglioramento dell’economia nazionale. Non propriamente risposte "politically correct" da esprimere pubblicamente in una società generalmente autoritaria.
Anzi, e coerentemente in tutti e tre i nostri sondaggi nel corso degli ultimi due anni, più del 70 % degli iraniani si sono detti favorevoli a dare pieno accesso agli ispettori sugli armamenti, e a garantire che l’Iran non sviluppi o possieda armi nucleari, in cambio di aiuti e investimenti esterni. E il 77 % degli iraniani era favorevole a rapporti normali e commercio con gli Stati Uniti, un altro dato in accordo con i nostri risultati precedenti.
Gli iraniani considerano il loro sostegno a un sistema più democratico, con rapporti normali con gli Stati Uniti, in armonia con il loro appoggio ad Ahmadinejad. Non vogliono che lui continui con le sue politiche intransigenti. Invece, gli iraniani apparentemente considerano Ahmadinejad il loro negoziatore più tosto, la persona meglio posizionata per portare a casa un accordo favorevole – una sorta di Nixon persiano che va in Cina.
Le accuse di frodi e manipolazioni elettorali serviranno a isolare ulteriormente l’Iran, e probabilmente ne aumenteranno la belligeranza e l’intransigenza nei confronti del mondo esterno. Prima che altri Paesi, compresi gli Stati Uniti, saltino alla conclusione che le elezioni presidenziali iraniane sono state fraudolente, con le conseguenze serie che accuse di questo tipo potrebbero portare, essi dovrebbero valutare tutte le informazioni indipendenti. Potrebbe darsi semplicemente che la rielezione del presidente Ahmadinejad sia quello che voleva il popolo iraniano.
Ken Ballen è presidente di "Terror Free Tomorrow: The Center for Public Opinion", un istituto senza fini di lucro che si occupa di ricerche sugli atteggiamenti nei confronti dell’estremismo. Patrick Doherty è vice direttore dell’"American Strategy Program" presso la "New America Foundation". Il sondaggio condotto dai due gruppi dall’11 al 20 maggio si basa su 1.001 interviste in tutto l’Iran, e ha un margine di errore di 3,1 punti percentuali.
Traduzione di Ornella Sangiovanni per Osservatorio Iraq Titolo originale: "The Iranian People Speak"
15 giugno 2009
Entro in medias res senza tanti preamboli: io credo che la Lega sia l'espressione del peggio che gli esseri umani hanno dentro di sé e a cui la presenza, o meglio l'assenza, di un leader come Berlusconi permette di dare la stura.
Certo la Lega ha due volti: quello che mostra nei loro raduni e nelle loro liturgie al dio Po, quello che divampa nei loro siti in internet e quello più "moderato" che è nei fatti soltanto una maschera.
Il primo è il volto dello strapaese padano che gronda odio verso tutti coloro che non abbiano la stessa "cultura", polenta e radici; il volto che ha prodotto il delitto di Rosa e Olindo, e l'ammirazione bieca per questi due disgraziati che hanno avuto "il coraggio" di fare un ripulisti ambito da molti.
Sono quelli che vanno parlando ai quattro venti di un immaginario sud come di una palla al piede.
In nome della verità storica e non soltanto per il mio piccolo senso di identità vorrei sfatare questa leggenda con robusti argomenti: il sud non ha chiesto di essere annesso al Piemonte; all'indomani dell'unità della penisola l'economia del sud è stato penalizzata dall'alternarsi di misure prima liberiste e poi protezioniste che favorivano la nascente industria del nord e penalizzavano quella embrionale del sud e i suoi prodotti agricoli : vedi la guerra dei dazi con la Francia.
L'apparato della neonata nazione trovò i piccoli burocrati che occorrevano, nella borghesia del sud. I sacrari della prima e della seconda guerra mondiale sono pieni di giovani morti di tutte le regioni del sud. Facendo un volo pindarico, negli anni sessanta la Fiat e tutta l'economia del triangolo industriale si è valsa degli operai del sud: quelli che non erano accettati negli alberghi.
Poi è toccata alla scuola: con buona pace della Lega gli insegnanti meridionali non hanno tolto il lavoro a nessuno per il semplice fatto che 35 anni fa, quando sono giunta io con tanti altri, non vi erano laureati del nord (questo lo sappia anche la competente ministra Gelmini).
Abbiamo formato generazioni di giovani che parlavano esclusivamente il dialetto.
Quindi la nostra fama di scansafatiche è ampiamente immeritata.
Il problema è che con il pregiudizio non si ragiona, quindi o il meridionale è uno che non lavora oppure toglie il lavoro a qualcuno che ne ha più diritto.
La Lega è l'espressione di un viaggio a ritroso dello spirito umano: il cavernicolo, il Ciclope, che segna il proprio territorio urinando e vedendo un nemico ovunque.
Privi di spessore culturale sono arrivati al potere per le colpe della sinistra che non ha imposto a suo tempo uno sbarramento (come sempre a causa della sinistra che non ha voluto la legge sul conflitto di interessi, quando era in grado di proporla, diciamolo chiaramente per le manie di grandezza di un tal D'Alema, ci ritroviamo il vecchio bottegaio Berlusconi come primo ministro).
Privi della più elementare umanità, portatori di un pragmatismo squallido con aspirazioni solo orizzontali, stanno facendo del nostro paese il luogo dell'intolleranza e della ricerca di un supposto ordine attraverso il controllo ossessivo di ronde di vario colore.
Questo mi spinge a desiderare che il LombardoVeneto, serraglio di barbarie, vada per la sua strada staccandosi dal resto dell'Italia.
Non é una battuta: siamo stanchi di essere insultati, usati, sbeffeggiati! Di fronte a tanta chiusura, grettezza, arroganza credo che sia la strada più saggia prima che scoppi una guerra civile.
Concetta Centonze San Donà di Piave (VE)
Convegno a 50 anni dall’indizione del Concilio Vaticano II
Tra Memoria e Profezia:le aperture del Concilio e le sfide di oggi
Roma 20 giugno 2009
Promosso da:
Liberamente Noi, Gruppo “La Tenda”, Comunità cristiana di base di San Paolo, Cipax – Centro interconfessionale per la pace, Noi Siamo Chiesa, Gruppo di controinformazione ecclesiale, Confronti, Koinonia Onlus
[Programma in allegato]
10 giugno 2009
TEMPI DI FRATERNITÀ
SOMMARIO GIUGNO-LUGLIO 2009
EDITORIALE
Gianfranco Monaca - Clandestini
Un modello di società che si organizza per fabbricare i poveri, sfruttarli e ucciderli quando comincia ad averne paura (perché sono troppi) e poi si affanna per mettere in vista le proprie “radici cristiane”, non può essere considerata la patria di chi crede nei diritti umani. Se poi uno credesse in un Dio che sta alla fonte dei diritti umani, non potrebbe rendersi complice di questa società e dichiararsi discepolo di Gesù di Nazaret. Non gli resta che la ribellione, prima di tutto interiore.
TEMPI DI SORORITÀ
Catti Cifatte - Attraverso Maria, madre e sorella, la conoscenza di D**
Secondo la più antica tradizione orale, prerogativa delle donne, Gesù di Nazareth venne al mondo da donna come inviato di Dio. Anche la sua morte, avvenuta in modo così sconvolgente (abbandonato tra l’altro dai suoi amici ma seguito da lontano dalle donne e da Maria sua madre), viene interpretata fin dai primi anni del cristianesimo nel senso dell’avverarsi di quanto era stato annunciato dai profeti e quindi la sua morte viene letta come strettamente collegata all’idea che, in quanto inviato da Dio, fosse egli stesso profeta e proprio per la sua pratica profetica e rivoluzionaria fosse stato ucciso.
SERVIZIO BIBLICO
Aldo Bodrato - “I vangeli dell’infanzia”
La teologia narrativa al servizio dell’annuncio dell’Incarnazione del Figlio
Luca: Maria, vergine e madre, mediatrice dell’incontro d’amore tra Dio e l’uomo (1a parte)
RELIGIONI POVERTA’ PACE
Mario Arnoldi - IL BUDDHISMO
Dolore Illuminazione Compassione Amore
PAGINE APERTE
Minny Cavallone - Osservatorio
Maurizio Abbà - Librarsi
Davide Pelanda - Il business dell’acqua
Giovanni Baratta - Sri Lanka, appunti di un viaggio breve
Giliola Galvagni - Vergissmeinnicht
Comunità dell’Isolotto - Le tentazioni del denaro
A cura dell’assemblea permanente NO-F35 - Dal 2010 fabbricheremo cacciabombardieri F-35: 13 miliardi di euro!
Karim Metref - Porta Palazzo per loro...
Gustavo Gnavi - Un passo avanti delle gerarchie cattoliche sulle questioni omosessuali
Daniele Dal Bon - Il mondo a Torino n. 7, Una comunità romena
Andrea Del Corso - Dalla solidarietà alla giustizia, Don Luigi Ciotti, un faro e un profeta dei nostri tempi
D. Dal Bon - Semi di speranza n. 129, In Brasile con don Giovanni Lisa
Gianfranco Monaca - Elogio della follia
Tempi di Fraternità donne e uomini in ricerca e confronto comunitario sito web: www.tempidifraternita.it posta: tempidifraternita@tempidifraternita.it
5 giugno 2009
vi invio il testo integrale del discorso di ieri 4 giugno di Obama al Cairo (quello pubblicato su Repubblica non è integrale), perchè lo ritengo un documento fondativo di una nuova possibilità per la politica, per le relazioni internazionali, per l'Europa e anche per la sinistra cristiana. E' un discorso che cerca di misurarsi con la verità, e di dire sui tetti ciò che spesso è detto in segreto. Perciò è un documento di alta cultura e anche, mi sembra, una rara se non unica enunciazione di una politica - di una grande potenza - non più nel solco machiavelliano. Un discorso non machiavellico, per una politica non finalizzata al potere del Principe. Una pagina nuova anche nel rapporto tra Islam e Occidente, alternativo allo scontro di civiltà; e un totale rovesciamento della funesta "strategia della sicurezza nazionale americana" di Bush, che esplicitamente rivendicava un imperio mondiale e la riduzione di tutto il XXI secolo a un nuovo "secolo americano"; una politica contro la quale per tanti anni abbiamo lottato, e che ha prodotto immensi dolori.
Un cordiale saluto
Raniero La Valle
[Discorso di Obama al Cairo]
[Quattro domande da Adista]
[Le nozze d'Europa]
4 giugno 2009
Carissimi/e, ecco il primo studio delle Nazioni Unite sul fenomeno crescente di vendita di terreni da parte dei governi africani. Ma la ribellione popolare costringe un presidente (Mgadascar) alle dimissioni. Pace bene, Gigi
AFRICA BAZAR: SPACCIO DI TERRE
di Sara Milanese
Vendesi terra africana ricca, fertile, scontata e poco sfruttata, completa di manodopera a basso costo. Ideale per garantire la sicurezza alimentare in caso di nuove crisi mondiali. In cambio cercasi prospettive di sviluppo anche pallide e senza garanzie. Offerta rivolta soprattutto a governi orientali senza scrupoli.
I nuovi proprietari dell'Africa sono indiani, cinesi, arabi, sudcoreani. I governi africani stanno vendendo loro la terra migliore, quella coltivabile. Il vertiginoso aumento dei prezzi degli alimentari prima, e la crisi economica poi hanno fatto tremare le vene dei polsi a Dehli, Rihyad, Pechino, Seul: il cibo non sarà "a buon prezzo" per sempre. La necessità di intensificare la produzione agricola ha spinto questi paesi, accomunati dalla voglia di crescere e dalla fame di materie prime, a cercare nuovi spazi, non ancora sfruttati a dovere, per assicurarsi un rifornimento di riso, mais, palme da olio.
L'Africa sembra proprio la risposta alle loro esigenze: ricca, fertile, non sfruttata per mancanza di mezzi, e soprattutto, a prezzi stracciati. Un granaio a cielo aperto. Tanto che le vendite e le concessione dei governi africani agli investitori stranieri sono in aumento. Un fenomeno che non è passato certo inosservato: due agenzie Onu per l'agricoltura, FAO e IFAD, con l'Istituto internazionale per l'ambiente e lo sviluppo (IIED), ci hanno dedicato uno studio focalizzando la situazione in 5 paesi africani: Sudan, Etiopia, Madagascar, Ghana, Mali.
Il rapporto, intitolato 'Land Grab or development opportunity?' ( "Incetta di terre o opportunità di sviluppo?") è stato presentato lunedì 25 maggio, e lancia moniti preoccupanti: 2,41 milioni di ettari di terreno venduti negli ultimi 5 anni, nei soli paesi in esame. Un vero e proprio "neocolonialismo", soprattutto perché nella maggior parte dei casi i contratti sono svantaggiosi per i cittadini africani.
Khartoum, Addis Abeba, Accra, Bamako, Antananarivo hanno svenduto, in omaggio con l'acquisto della terra, anche la manodopera per coltivarla, cioè i contadini, in cambio di vaghe promesse della creazione di nuovi posti di lavoro e di infrastrutture: nei testi dei contratti non ci sono clausole vincolanti o precise, secondo lo studio, che prevedano iniziative concrete da parte degli investitori, neppure che riguardino il controllo o la verifica degli impegni sottoscritti. La durata delle concessioni è di 30, 40, anche 90 anni, ma gli accordi prevedono affitti ridicoli: dai 2 ai 10 dollari per ettaro, in Sudan o in Etiopia. Non tengono conto della complessità economica e sociale delle realtà africane, sono appiattiti sulle esigenze spicce degli investitori; nessun riferimento nemmeno alla sicurezza alimentare delle popolazioni locali, alle quali viene destinata solo una minima parte dei raccolti. Le prospettive non promettono niente di buono, anche se le agenzie delle Nazioni Unite sottolineano come in questo modo molti dei terreni non sfruttati diventeranno produttivi. Il che significa anche impianti di irrigazione e allacciamenti di energia elettrica, e posti di lavoro, ma solo come bassa manovalanza: la gestione è affidata a tecnici e amministratori che vengono dall'estero.
Gli africani stanno velocemente perdendo il loro bene più prezioso: la terra. Che potranno lavorare e non possedere, e di cui mangeranno i frutti solo in parte. E con la terra rischiano di perdere anche altre risorse, a partire dall'acqua. Senza contare le consuetudini legate alla pastorizia, all'allevamento, alle attività di raccolta tradizionali. E infatti lo studio avverte: le popolazioni non devono esser tagliate fuori dalle decisioni, devono essere coinvolte negli accordi. FAO, IFAD e IIED lanciano inoltre un appello agli investitori locali, che devono essere più presenti in queste operazioni. Il fenomeno è massiccio, non riguarda solo l'Africa, e non si può fermare, anche perché rientra nella logica globale di prevenzione delle crisi alimentari con l'aumento della produzione. Ma va controllato, e regolato, soprattutto per tutelare le comunità locali e l'ambiente.
Di sicuro non tutti sono disposti a vedersi rubare la terra da sotto i piedi: in Madagascar il contratto stipulato tra la sudcoreana Daewoo e il governo dell'ex presidente Marc Ravalomanana ha subito suscitato enormi polemiche tra i contadini, tanto da diventare la miccia di una crisi istituzionale. La Daewoo aveva ottenuto la concessione di 1,3 milione di ettari per 99 anni; prevedeva la coltivazione intensiva di palme da olio e di mais. Il malcontento popolare è stato sapientemente cavalcato dall'opposizione, che è riuscita a costringere Ravalomanana alle dimissioni, e ha imposto il leader del fronte opposto, Andry Rajoelina, alla guida del paese. La situazione è ancora instabile e una soluzione sembra lontana, ma almeno per ora la Daewoo ha sospeso i suoi progetti. In attesa probabilmente di tempi migliori.
da "Nigrizia"- 27/5/2009