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Donne Contro il Silenzio

www.donne-cosi.org 

Sito di donne stanche di vivere nella chiesa istituzionale nel silenzio e nella invisibilità. Donne oppresse a causa di un rapporto con preti che vivono la doppia vita e donne che hanno contratto con essi regolare matrimonio,attraversando prove di ogni genere. Tutte propongono che venga fatta luce sul senso profondo della vocazione(compresa quella delle suore),da non enfatizzare e da non ridurre ad aspetti sacrali che generano tabù.

Novità dal Sito

ABORTO

Tra principi etici e derive esistenziali

Il mistero della singolarità

Ho sempre provato stupore di fronte al puntino quasi invisibile attaccato al gambo di una pianta: pur non vedendo il fiore, è assicurata la sua presenza.

Anche io come persona sono strettamente collegata al bing bang del concepimento, durante il quale è scattato l’inizio del mio essere. Mi rifiuto di pensare che in quel momento ci fosse un pezzo di me; ai minimi termini dell’esistenza c’era un potenziale immenso, tutta l’eredità dell’umanità nella quale mi inserivo da in-dividua, cioè non-divisibile, intera[1].

Una chiave di lettura che prediligo mi fa risalire a Dio che non poteva comunicarmi una vita frantumata in briciole di materia, sia pure pregnanti di potenzialità: anche Lui non so immaginarlo che «Se stesso», e non infinitezza indeterminata[2].

Mistero affascinante la vita singolarizzata, da non desacralizzare.

Il feto è un ente-altro

Emma Fattorini racconta di suo padre quando le spiegava che “quei grumi sarebbero diventati veramente bambini e che, noi donne, non li volevamo vedere per paura. E che la vita è la cosa più importante che l’uomo possiede. Anche per la donna e l’uomo che non credono. Si convertì allora al cristianesimo e divenne poi missionario in Africa”.

Pare che le donne sappiano istintivamente, e “benissimo, che quel grumo di cellule dentro di loro è un figlio degli uomini”[3]. E infatti non c’è donna che non resti sorpresa nell’assistere al fenomeno che si  verifica nel suo corpo; l’abbaglia la percezione del mistero di un atto creativo, in cui due mondi (i due semi) sono diventati un nuovo mondo[4].

Eppure parecchie di loro stentano, non sempre per motivi cogenti, a trarre le giuste conseguenze dell’alterità del feto; presumono che la loro vita si prolunghi in un’altra di cui avrebbero il possesso. Come se nel concepimento si fosse avviato un semplice meccanismo, e non fosse accaduta, invece, la novità inedita di una singolarità vivente.

Ed ecco in termini chiari il corollario di tale atteggiamento: nessuno deve intromettersi tra la donna e il concepito, nemmeno il padre; spetta a lei «scegliere» di assumersi l’onere di una maternità, esplosa forse in un momento e in un modo «sbagliati», di una gestazione e di un dopo pieni di incognite. In determinate condizioni non si può replicare, ma non si deve nemmeno far finta che i problemi di fondo siano risolti attraverso tamponamenti di ferite, innervate in maniera carsica nel tessuto dell’umanità.

Non basta piegare l’analisi verso l’attenzione a tanti altri tristi fenomeni di carattere più vasto, come la morte per fame di tanti bambini, le guerre, le immigrazioni scomposte, l’egoismo folle dei potenti che tengono in pugno le sorti di miliardi di esseri umani, eccetera. La questione dell’aborto non è una fra tante; è più di fondo, sottesa com’è nello sconquasso di principi orientativi basilari, su cui si regge l’equilibrio armonico all’interno dei singoli e delle società umane. 

La modernità che ha lodevolmente permesso la maturazione del concetto di dignità della persona, di cui finalmente le donne si sono ri-appropriate, è giunta ad un bivio da cui si diramano conseguenze sia positive sia negative. E’ ora di chiedersi se sia giusto assolutizzare l’autonomia della donna di fronte ad un'altra vita incapace di svilupparsi da sé, ma tale che contiene in nuce il tutto dell’umano.

Feto e persona

R. Armeni riconosce quanto abbiamo affermato: “Non quindi una semplice escrescenza, non un  grumo di materia ma, sia pure in potenza, una seconda vita”. Quindi si affretta a precisare: “Dico «in potenza» non solo perché essa è priva di coscienza e di relazioni ma perché non può esistere senza la prima. Per un lungo periodo fa ancora parte del corpo della madre. L’uno si divide in due, ma la seconda entità è unita alla prima in modo così inscindibile che la donna nel momento in cui decide di eliminarla pensa di eliminare parte di se stessa. Per questo soffre, ma non si sente in colpa. Per questo parla di aborto e non di omicidio, per questo nel momento in cui la stacca da sé e si contrappone all’evento naturale della nascita compie un atto di violenza ma che è rivolto soprattutto al suo corpo che potrebbe diventare altro e non ad un «altro corpo»”. Noto la ripetizione del verbo «sentire» (e simili), ben caro anche a me come in genere alle donne; e quindi non mi fermo su questo aspetto. Invece mi contrappongo alla sostanza di simile ragionamento che s’incentra sul concetto di «vita in potenza»: se tutto ciò che è necessario al feto per esistere si trova nel seno materno, bisognerebbe dedurne che egli ha una vita in prestito, appartenente più alla mamma che a sé. E’ così difficile rendersi conto che gli organi la cui funzione è ancora allo stato potenziale hanno un centro focale di riferimento che dà loro unità? Non è cieco l’occhio del bambino che non ha imparato a vedere. Non è senza cuore l’invisibile motore della vita di cui non si percepiscono le pulsazioni. Gli organi aiutati a svilupparsi funzioneranno grazie al nutrimento materno che alimenta l’esserino nella sua totalità, la quale non è in potenza; semplicemente c’é.

Trovo davvero imbarazzanti certe affermazioni di femministe non sprovvedute: Flavia Zucco indugia a chiedersi “se questi feti siano completamente formati ed in grado di vivere una vita autonoma”; e Claudia Mancina distingue tra «vita individuale» che ci sarebbe nel bambino e «individuo» che non c’è ancora. Insomma dovremmo aspettare che acquistino autonomia le funzioni per parlare di individuo.

Lo so: quando un ragionamento diventa serrato, ci si dibatte tra idee antagoniste, e cioè tali che o sarebbe valida l’una o sarebbe valida l’altra. Ne chiedo scusa perché conosco quanta complessità ci sia «dietro» e «nella» questione e non ne riporto i termini perché ormai di pubblico dominio. Ciò di cui non mi scuso è il diritto a rompere gli schemi del pensiero unico, che alberga purtroppo ANCHE nel cosiddetto pensiero di sinistra, tanto peggio se femminista…. 

L’aborto e la legge

Sarebbe bello che le donne e la società intera affrontassero la questione dell’aborto in territorio etico-spirituale, anziché legale. Parlando di legge, si slitta verso le definizioni, con relative proibizioni e concessioni, eccetera. E non ci avvediamo di cadere nello stesso errore che commettono “i vendicatori…, quelli che minacciano e talvolta uccidono i medici che praticano aborti, come è già successo negli USA” (Mancina); perpetuiamo anche noi lo stesso “clima culturale esasperato” che fa  “crescere l’obiezione di coscienza e trasforma le donne da cittadine a mendicanti di un’assistenza che non è più un diritto, ma elemosina”; perché, “volenti o nolenti, questa discussione ha finito per colpevolizzare le donne” (Roccella). Ci troviamo di fronte ad “una discussione fra uomini fatta in perfetto stile maschile” (Tavella), tanto che anche Di Pietro parla di “un dibattito ideologico, sterile e imbarazzante”.

Vorrei dedicare due righe alla frase bellissima di Emma Fattorini, che ha fatto  testo in parecchi ambienti: «la vita è un dono, non dovere né diritto». Ma, come tutte le frasi belle, anche in questa potrebbe annidarsi la trappola dell’enfasi di una verità apodittica, come vorrebbe una dottrina ecclesiastica, ben rinverdita nell’attuale stagione culturale[5]. In ogni problema umano, soprattutto quando sono in gioco il concetto di vita e fattori esistenziali, dovremmo astenerci dalle definizioni; ma anche dagli aggiustamenti retorici nei quali si «confondono» pseudo-definizioni opposte alle prime. Abbiamo un bel dire tutte e tutti: « nessuno vuole l’aborto, ma la legge che impedisca discriminazioni, frustrazioni e nuove violenze legali a donne già violentate, il terribile “fai-da-te” di ci non può pagarsela clinica all’estero». Tutto giusto; ma non ci preoccupiamo che la legge possa essere percepita come un lasciapassare facile, che può diventare mentalità abortista: «facciamo l’amore, tanto c’è la pillola del giorno dopo; volevo questo figlio, ma ora non mi sento di affrontare la gravidanza», e tante, proprio tante espressioni di un’idea di concepimento semplicistica ad uso di soggetti non sempre e non solo ingenui.

La legge che vuole rimediare certi scompensi prodotti dalla modernità, non sfugge alla stessa. Mai come oggi essa divide su due fronte: laicisti ed «ortodossi». Oscillazione funesta, perché la vera esclusa è una sana laicità, in grado di ricostruire valori prima agganciati ad un credo. A mio modesto parere, è scoraggiante l’odierna mancanza di ricorso a realtà di carattere trascendente, come dovrebbero essere i principi iscritti nella coscienza umana. Quest’ultima vacilla sulla pretesa autosufficienza della ragione[6]; non riesce a scavare in se stessa, e perciò sono più facili i cedimenti di fronte alla contemporaneità, anziché la volontà di ri-costruzione di principi orientativi forti.

 E’ possibile una conclusione?

Il clamore, da ovunque venga, serve solo a stordire. Certamente, se tutto il problema dell’aborto inclina verso l’eugenetica – figli desiderati, sani e senza problemi – restiamo nel guado dell’ideologia. Già l’utopia di un mondo perfetto ci ha fatto intravedere, nella letteratura, lo squallore di una felicità assicurata attraverso programmi elaborati a perfezione. L’aurora di una giornata piena di incertezze e di attese è più stimolante di un’altra che ci consegni alla noia di certezze ripetitive senza sorprese.

Ma non voglio eludere le domande in bianco e nero che la «gente» si aspetta perché vuole tutto semplificato. Affronto dunque questo scoglio con domande secche e risposte crude (ma con un finale migliore):

D. Aborto sì  o aborto no?

R. No.

D. Dunque un crimine?

R. Commesso dalla società che lascia sola la donna: costretta a tenersi in pancia il feto, o costretta alla libertà di scegliere ciò che non può scegliere, per mancanza di punti saldi e concreti di appoggio.

D. Aborto terapeutico, aborto condizionato, aborto assistito eccetera, sì o no?

R.  Mai.

D. Non c’è altra via di uscita?

R. Una possibilità: de-condizionarsi dai cattivi maestri[7].

Ben venga una legge con tutta la sua provvisorietà; discussa tra i sì, i no, i ni: è sempre meglio che lasciare incancrenire situazioni sconcertanti. Ma che la legge non basti! Mettiamo in moto una coscienza non addomesticata da parole ambigue; una coscienza carica di responsabilità, e soprattutto permeata di «pietas», che non sia stucchevole compassione. Che sia in grado di abbracciare il dolore del mondo, senza deturparlo con la spudoratezza di negarlo a tutti i costi; di affrontarlo con fortezza d’animo, con fede, con speranza, con amore. 

Ausilia Riggi


[1] La vita appartiene sempre ad una singolarità. A ragione Heidegger pensava all’esserci (qui ed ora) come la vera realizzazione dell’Essere.

[2] A volte penso che non rendiamo un bel servizio a Dio chiamandolo infinito, perché in tal modo egli sarebbe uguale al suo contrario, il Nulla. Il suo Essere è vero nella misura un cui è un Esserci nella sua Singolarità, o se vogliamo esprimerci in altro modo, nella sua Totalità. Il che vuol dire: Lui non si identifica negli attributi che gli diamo; è Se stesso.

[3] “Si invoca il concetto di persona, come termine che identifica la piena dignità umana, e ci si chiede se ogni essere umano sia per ciò stesso anche persona. Nel feto c’è in potenza la razionalità, ma manca l'esercizio della razionalità; eppure ciò vuol dire che l'individuo è in grado, nelle dovute condizioni, di esercitare la razionalità, cioè di parlare, di fare discorsi intelligenti, di capire, di amare, di volere, ecc.” (cfr. C. Navarini, Procreazione assistita? Le sfide culturali: selezione umana o difesa della vita, Portalupi, Casale Monferrato 2005).

[4] Una nuova vita è fin dall’inizio un tutto in cui è iscritto l’intero universo singolarizzato. Secondo la visione olistica la singola cellula nata dalla fusione delle due cellule genitoriali non è pura materia, dal momento che è vita. Che il pensiero scientifico debba andare oltre la semplice materia e tener conto anche della visione spirituale del mondo, lo ha sostenuto anche Albert Einstein, convinto che tutta la materia non è altro che energia vibrante con diversa intensità e frequenze. La visione olistica la troviamo anche nello studio dell'atomo da parte del fisico Wolfgang Pauli, premio Nobel nel 1945, che riuscì a dimostrare l'esistenza di una reale comunicazione dell'atomo come totalità, come se gli elettroni che lo costituiscono fossero costantemente a conoscenza l'uno della posizione dell'altro o della situazione in cui si trovano (Gabriele Bettoschi).

[5] Sandro Magister , in “Lobby benedetta, L’espresso 5 febbraio 2008”, afferma che la chiesa “non esige che diventi legge ciò che solo per fede può essere accettato e capito. Si batte a difesa di comandamenti che dice scritti nei cuori di tutti gli uomini, siano essi cattolici e no”; che essa  “crede di saper rappresentare il comune sentire di una larghissima parte della popolazione italiana molto più di quanto sappiano fare i partiti, la cultura e i media dominanti”. Io mi permetto una nota nella nota: noi laici dobbiamo saper ascoltare PENSANDO. Diceva il cardinale Martini: “non si tratta di credere o non credere , ma di essere pensanti o non-pensanti”.

[6] L’attuale papa, da teologo, vuole ridare vigore al connubio tra ragione e fede. In questo spazio limitato riduco la “vexata quaestio” ad una semplificata sottolineatura: volendo egli contrapporsi ai «mali» della modernità senza negare il valore della razionalità umana, si adopera a riconoscerne l’autonomia nel suo radicamento nella natura umana (dove per «natura» intende la legge divina iscritta nella creazione), sicché ragione e fede non potrebbero mai dissociarsi..

[7] Cattivi maestri non sono solo i permessivisti, ma anche gli insensibili e i ciechi osservanti di un credo e/o di una legge, che non sappiano interrogare il cuore e la mente della donna. La donna dovrà emanciparsi dalle schiavitù, e l’uomo dovrà ricostruire la sua umanità sotto il segno della paternità.
 

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Rita Amabili

www.ritaamabili.com

Il mio primo scopo è far conoscere, particolarmente agli esclusi, che Dio non ha mai escluso qualcuno, che la missione di Gesù era rivolta alle persone che la società rigettava.
Queste cose, che spesso non sono conosciute dai cristiani di oggi, cambiano il messaggio della Chiesa - Istituzione (che è spesso ristretto e freddo) per scendere al livello di noi tutti, uomini e donne che facciamo lo sforzo dell’ogni giorno dal profondo del nostro cuore.
Il sito è in lingua francese.

Novità dal Sito

SAFFIA, DONNA DI SMIRNE (edizioni Novalis)

Un giorno, un’amica mi ha detto di non capire bene la Chiesa cattolica. Ha aggiunto che non sapeva come aveva cominciato e com’erano le persone che finalmente facevano parte di una realtà greco-romana nel primo secolo della nostra era. Mi dice: Tu dovresti scrivere un romanzo storico su questo soggetto! Ed io risposto: Non, è impossibile! Le ricerche sarebbero troppo grande, enorme!

L’idea non mi lascia e cominciò a leggere i testi del Nuovo Testamento con, in testa, la nozione di una redazione possibile. Poi, mi sorprendo ad ascoltare le delusioni e le speranze delle persone concernendo la fede in generale, Dio, la Chiesa etc. Do attenzione alle mie sofferenze, le mie attese in fronte all’Istituzione e anche alla mia fede. Voglio parlare di un Gesù di Nazareth senza potenza né prestigio ma solo con il suo amore.

Devo dire che da dieci anni, studio in teologie. Avrò il mio baccalaureato in maggio. Ho fatto molti anni di benevola e ho anche lavorato come agente di pastorale.

Non so quando ho cominciato a essere disturbata dalla situazione delle donne nella Chiesa. È vero che dall’inizio, le donne non hanno il diritto di prendere veramente la parola in una Chiesa che è sempre stata diritta da uomini.

Ho anche voglia di parlare dell’amore di Dio. Lo faccio da anni, in poesia, in teatro ma ho voglia di sostenere che l’amore di Dio va al di là delle legge e di tutte le legalità. Dio non esclude nessuno del suo amore non abbiamo bisogno di codice per saperlo.  Spesso quando studio, vorrei che la gente possa conoscere le cose appassionanti che sono dentro i miei libri di teologa e che dicono oltre che “fai questo o no lo fai”! So che molte persone lasciano la pratica religiosa perche quella ultima non fa più senso nella loro vita.

Particolarmente so che nel mondo greco-romano, la schiavitù è normale, fa parte delle economie della società. La schiavitù di questo tempo mi parla dei problemi dei bambini nella pianeta intera: i bambini schiavi del passato e del presente, in tutti i paesi del mondo.

Prendo la decisione di fare un romanzo per denunciare la situazione delle donne nella Chiesa e anche l’asservimento nell’umanità.

Le ricerche:

Ho già detto che ho letto il Nuovo Testamento. Era la prima tappa. Dopo, ho ripreso i libri universitari, ho incontrato molti professori che mi hanno aperto la loro libreria. Ho visto teologhi, uomini e donne. Abbiamo parlato e tutto questo mi ha aiutata a fare una prima visualizzazione.

Per dare una consistenza ai miei personaggi, devo avere una prima idea della loro materialità, devo avere la possibilità di muoverli come voglio. Per esempio, se la mia eroina vada nella cucina, qual è veramente la sua cucina? Dove lei possa andare da sola senza fare una cosa vietata dalla sua società?

Facendo queste ricerche, ho deciso che il mio romanzo doveva essere femminista. Mi sentivo invitata a scrivere sulle donne perche ero disturbata dalla loro assenza nella storia e dall’esclusione di cui facevano l’oggetto ieri e oggi.  Volevo raccontare il dolore delle donne nella storia dell’umanità.

Sul piano storico, i protagonisti viaggiano molto a piedi, in carovana, in barca, in nave. Per loro, è l’unica cosa da fare per conoscere i dintorni, per sapere come sono le altre comunità. Sono accogliate da altre persone che seguano Cristo e con loro possono scambiare le esperienze vissuto nella comunità e fuori di essa. Possono anche parlare del mondo, soprattutto di quelli che vedono i cristiani come degli esseri differenti, pericolosi degli quali devono diffidarsi.

Presentazione di Saffia, femme de Smyrne:

Non abbiamo testi che parlano della vita delle donne nelle ere cristiana. Sappiamo pero come vivevano le signore di questo tempo. Allora, ho immaginato Saffia e gli altri personaggi. Vivano una vita normale, comune, soprattutto plausibile. La storia comincia nella città di Smyrne che oggi si chiama Izmir in Turchia. Saffia e i suoi compagni viaggiano perche era l’unica possibilità di incontrare le altre comunità cristiane. I viaggi di questo tempo sono sempre accompagnati di numerosi pericoli.

Ho già detto che Saffia è una giovane donne aperta alla novità. Lei possa essere influenzata da Fulvia, una donna più matura che insegnava agli altre e presidiava le incontri.

Ci sono anche schiavi che hanno problemi, dolore; ci sono bambini che soffrono della loro oppressione. C’è l’episcopo Policarpe che ha vissuto veramente a Smyrne… Gli svenimenti sono molteplici: incontro con pirati, maremoto, frizione, dolore, speranza, storia d’amore, di paura, di felicità.

Le comunità crescono in un ambiente, dove sono accettate solo in parte. In fatto, l’anno 117 è un periodo calma perche se non c’è nessun denuncia di cristiani, gli autorità gli lasciano in pace.

Per finire, possiamo dire che Saffia, femme de Smyrne è un romanzo storico uguale agli altri con un soggetto un pochino differente!

Rita Amabili

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