NOTA INFORMATIVA
Agli inizi del 2007 la Postulazione della causa di beatificazione
di Karol Wojtyla, convocò espressamente anche Giovanni Franzoni al Vicariato di
Roma per portare la sua testimonianza nel processo stesso. La sua deposizione giurata
è avvenuta il 7 marzo 2007.
Franzoni ha ovviamente mantenuto il segreto sulla sua deposizione, fino a che la
causa non è stata ufficialmente chiusa, per la fase che riguardava il Vicariato.
Nel novembre scorso, chiusa appunto quella fase, diversi prelati, e tra essi anche
cardinali, salutando positivamente l'iter del processo, anche con interviste ai
media riportavano testimonianze di fatti, e anche di asseriti miracoli, che a loro
giudizio dimostravano appunto la santità di Wojtyla.
Dalle varie interviste e dichiarazioni emergeva un coro di voci favorevoli alla
beatificazione, e nessun cenno era fatto alle voci critiche, e tanto meno emergevano
tentativi di risposta alle obiezioni che pure, in sede di Tribunale, erano emerse,
contro la beatificazione.
In tale contesto Franzoni ha ritenuto di non essere più tenuto al segreto e, dopo
aver informato, il 25 novembre 2009, l'apposito Tribunale del Vicariato, ai primi
di dicembre rendeva pubblica la sua testimonianza, quella che ora anche qui viene
allegata.
Sabato 19 dicembre il Vaticano ha annunciato che il papa aveva autorizzato la Congregazione
delle cause dei santi a promulgare decreti riguardanti, tra l'altro, le "virtù eroiche"
di due papi: il Servo di Dio Pio XII (Eugenio Pacelli), e il Servo di Dio Giovanni
Paolo II (Karol Wojtyla). A questo punto, una volta che la stessa Congregazione
accerti che i due "venerabili" hanno compiuto un miracolo, il papa regnante potrà
decidere sulla loro beatificazione.
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Deposizione di testimonianza nella causa di beatificazione
di Giovanni Paolo II
L’apertura ufficiale, il 28 giugno 2005, della causa di beatificazione di Giovanni
Paolo II, ha sollecitato tutti i cattolici, uomini e donne, che si sentono partecipi
e responsabili della vita della loro Chiesa, ad inviare le loro testimonianze sulle
opere del romano pontefice scomparso il 2 aprile precedente.
Come era stato correttamente annunziato, potevano essere inviate, all’ufficio competente
del Vicariato di Roma, sia testimonianze a favore che testimonianze contrarie alla
glorificazione di Karol Wojtyla, purché tutte fondate su dati
obiettivi.
Valutando, in tutta scienza e coscienza, il pontificato di Giovanni Paolo II, un
gruppo di cattolici (teologi, teologhe, storici), al quale mi sono unito, ritenne
che le dichiarazioni pubbliche sul pontefice scomparso, e le iniziative suscitate
per favorire la sua causa di beatificazione, fossero spesso caratterizzate da una
valutazione superficiale ed acritica del suo operato. E perciò, nel rispetto “ovviamente”
di altri e differenti pareri, lo stesso gruppo a dicembre 2005 pubblicò un appello,
confermato e firmato anche da altri esattamente un anno dopo e quindi inviato al
Vicariato di Roma, nel quale metteva brevemente in luce quelli che, a parere dei
sottoscrittori, erano dei pesanti limiti del pontificato. Limiti così grandi da
ostare alla beatificazione.
Quell’Appello [due paginette: cf. Adista n… del…] si limitava ad indicare alcuni
punti critici del pontificato. I firmatari, comunque, confidavano, e confidano,
che l’apposito Tribunale del Vicariato approfondirà adeguatamente le piste segnalate
per fare maggior chiarezza.
E’ naturale che, un pontificato durato quasi 27 anni, sia carico di eventi, variamente
valutabili. Se, in quell’Appello, erano sottolineati quelli, a giudizio dei firmatari,
“negativi”, non si presumeva certo, con questo, ignorare gli aspetti “positivi”
del pontificato, e perciò, en passant, si ricordava in particolare l’impegno di
Wojtyla contro la guerra.
Nello stesso spirito dell’Appello, e lasciandolo sullo sfondo, in questa deposizione,
e come testimonianza personale, vorrei precisare le ragioni delle mie fondate riserve
alla beatificazione di papa Wojtyla, il che naturalmente non mi fa dimenticare gli
aspetti a mio parere luminosi dell’azione del pontefice (ad esempio, già a suo tempo
lo lodai con una lettera pubblica per il suo impegno contro la guerra in Iraq nel
2003).
Ho detto “papa Wojtyla”: la mia attenzione, dunque, è rivolta unicamente e solamente
a come questa persona ha vissuto il suo pontificato, e in essa ha operato. Nulla
io so, direttamente, della sua vita precedente in Polonia, e su di essa nessun giudizio
posso esprimere. Parlo, dunque, del pontefice eletto il 16 ottobre 1978, e deceduto
il 2 aprile 2005.
Sempre in rapporto alla beatificazione, questa, a mio parere, è la questione previa
che si pone: è possibile, in un papa, distinguere la persona dal suo ruolo, le virtù
private dalle decisioni pubbliche?
E’ bene evidente che su questa terra nessuno può giudicare la coscienza dell’altro;
solo il Signore può farlo. Dunque, sotto questo aspetto, nulla io avrei da dire
su Giovanni Paolo II. Se intervengo è perché mi domando se alcune sue scelte – così
come valutabili dall’esterno – siano state una trasparente e cristallina testimonianza
di quello spirito evangelico, e di quelle virtù cardinali (prudenza, giustizia,
fortezza e temperanza) che debbono rifulgere in grado altissimo in un “candidato”
alla gloria del Bernini.
• Il caso Ior-Banco Ambrosiano
Sul pontificato di Giovanni Paolo II incombe un’ombra nera che, a mio parere,
mostra come quel pontefice violò gravemente le virtù della prudenza e della fortezza:
mi riferisco a come egli gestì la vicenda dell’Istituto per le opere di religione
(Ior) in connessione con il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Non è,
questo, il luogo per esaminare in lungo e in largo la complessa vicenda; mi limito
a rilevare che giudici italiani erano giunti alla conclusione che mons. Paul Marcinkus,
presidente dello Ior, aveva avuto gravissime responsabilità per il crack dell’Ambrosiano
e, dunque, dalla Città del Vaticano doveva essere estradato in Italia per essere
arrestato e interrogato. Del resto, questa era anche la possibilità, per lui, di
dimostrare limpidamente la sua innocenza e l’infondatezza delle accuse addebitategli.
La linea difensiva della Santa Sede, in tale vicenda, non fu quella di accertare
se le accuse a Marcinkus fossero fondate, ma solamente quella di respingere, in
quanto a suo parere contrastanti con i Patti Lateranensi, le richieste della magistratura
italiana, perché queste avrebbero interferito in un àmbito, e in uno Stato (Vaticano)
in cui l’Italia non poteva entrare. In effetti, dopo una lunga schermaglia giuridica
e diplomatica, la stessa Corte di Cassazione nel luglio 1987 diede ragione alle
tesi vaticane.
Senza entrare in questioni giuridiche, la domanda da porsi è la seguente: Giovanni
Paolo II favorì l’accertamento della verità sul caso Ior? La risposta, mi pare,
è negativa. Infatti, il papa decise, o lasciò che decidessero, di impedire, con
pretesti giuridici, l’accertamento della verità. Infatti, ammesso e non concesso
che i giudici italiani non avessero titolo a chiedere l’estradizione di Marcinkus,
nessun processo pubblico si è tenuto nella Città del Vaticano per accertare i fatti.
Wojtyla diede allora, e offre anche oggi, motivi fondatissimi per dubitare dell’innocenza
di Marcinkus e, anche, della trasparenza della gestione economica della Santa Sede.
Pochi mesi dopo i fatti sopra citati (l’appello ai Patti lateranensi per evitare
l’estradizione di mons. Marcinkus), Wojtyla, il 26 novembre 1982, così affermava
alla conclusione di una plenaria del Collegio cardinalizio che aveva discusso anche
dello Ior: “Desidero poi ringraziarvi in modo particolare per l’attenzione che avete
dato alla questione dell’Istituto per le Opere di Religione. Una riunione di 15
Cardinali, com’è noto, ha previamente studiato la cosa prima che il Collegio Cardinalizio
si radunasse qui, in questi giorni. Si tratta di questione delicata, complessa,
che è stata soppesata in tutti i particolari: voi ne avete avuto una esposizione
adeguata, e avete potuto rendervene conto per quei suggerimenti che siano necessari.
La Santa Sede è disposta a compiere ancora tutti i passi che siano richiesti per
un’intesa da entrambe le parti perché sia posta in luce l’intera verità. Anche in
questo, essa vuole solo servire la causa dell’amore”.
Mai parole tanto impegnative (quelle che ho segnato in corsivo) sono state altrettanto
contraddette: infatti, pubblicamente, nulla ha fatto Wojtyla per fare accertare
la verità. E’ vero, ha poi riformato lo Ior e allontanato Marcinkus: ma la verità
sui rapporti tra il prelato e Calvi, e il crack dell’Ambrosiano, non si è potuta
sapere, da parte vaticana. E il fatto che la Santa Sede, pur dicendosi estranea
al crack dell’Ambrosiano, abbia dato, a titolo di buona volontà, un sostanzioso
contributo per aiutare chi da quel crack aveva subito ingenti danni economici, non
risolve affatto, ma rende più aspro, il problema di fondo.
Beatificare un papa che, su tema tanto scottante, non ha fatto luce, mi sembrerebbe
assai grave. L’impressione – dall’esterno – che molti hanno è che, al dunque, Wojtyla
abbia sacrificato l’accertamento della verità per non compromettere l’istituzione
ecclesiastica che avrebbe subito danni rilevantissimi se il mondo intero avesse
scoperto trame incredibili e imbrogli economici inimmaginabili. Per non parlare
dello sbigottimento di milioni di semplici fedeli cattolici nel mondo intero.
Dal punto di vista religioso, a me pare che, nel caso citato, Wojtyla sia venuto
meno, in modo obiettivamente gravissimo, alle virtù della prudenza e della fortezza:
la prudenza che avrebbe dovuto imporgli, come capo della Chiesa cattolica romana,
di salvaguardare il buon nome di tale Chiesa, e dunque di fare ogni cosa per accertare
la verità; la fortezza, che avrebbe dovuto spingerlo ad opporsi alle prevedibili
resistenze dell’apparato ecclesiastico della Curia romana restia a “scoprire gli
altarini”. Quali che siano state le motivazioni soggettive per cui il papa agì come
agì (motivazioni che io non so), il risultato pubblico di tale decisione è aver
obiettivamente impedito l’accertamento della verità. Come persona il papa forse
non ha fatto nulla di male o, soggettivamente, ha creduto di non farlo; ma come
pontefice ha compiuto un gesto gravido di conseguenze.
• La beatificazione di Pio IX
Quando, a fine 1999, fu annunciato che, di lì a pochi mesi (sarebbe effettivamente
accaduto il 3 settembre del 2000), il papa avrebbe beatificato insieme Pio IX e
Giovanni XXIII, da molte parti emersero fortissime perplessità. Perché? Non solo
per l’”abbinamento” voluto da Wojtyla – dall’evidente significato di accontentare,
da una parte, i “tradizionalisti”, e, dall’altra, i “progressisti” – ma per due
motivi ben precisi, legati alla pena di morte e alla vicenda di Edgardo Mortara.
Mastai Ferretti, come re dello Stato pontificio, aveva rifiutato la grazia a due
patrioti, Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, che avevano compiuto un attentato,
e nel 1868 i due, a Roma, erano stati messi a morte.
Protetto da Pio IX, l’inquisitore di Bologna nel 1858 aveva fatto rapire alla famiglia
Mortara – un’illustre famiglia ebraica – il piccolo Edgardo in quanto nascostamente
battezzato da una domestica. Perché il piccolo, ormai cristiano, fosse educato nella
“vera religione”, era inevitabile – secondo Pio IX – che esso fosse sottratto con
la forza alla famiglia di origine: “I diritti del Padre celeste vengono prima di
quelli del padre terreno”, sostenne sempre il pontefice per giustificare la sua
decisione.
Mi si chiederà che cosa c’entri tutto questo con Wojtyla. C’entra, invece. In questione
non è infatti l’intima coscienza di Pio IX, che fece le sue scelte – nel suo contesto
storico e culturale – ritenendo di fare il meglio possibile. In questione è il fatto
che un “beato”, molti anni o anche secoli dopo la sua morte, e dunque in un altro
contesto storico, culturale ed ecclesiale, viene proposto a tutti i fedeli come
esempio da imitare.
Ora, all’alba del Duemila, e quattro decenni dopo il Concilio Vaticano II, all’interno
della Chiesa cattolica romana si era enormemente accresciuta la sensibilità (pastorale
e teologica) su due temi: la pena di morte e il rapporto Chiesa/popolo d’Israele.
Perciò, elevare agli onori degli altari un papa che aveva permesso esecuzioni capitali,
e aveva fatto rapire un bambino ebreo battezzato era una provocazione impressionante.
Infatti, la domanda non era, e non è, se Pio IX fosse in buona fede (lo diamo per
accertato), ma quale significato assumesse oggi proclamare beato un papa che fece
l’opposto di quanto oggi i buoni cattolici pensano.
Dopo i gesti coraggiosi (basti citare la sua visita alla grande Sinagoga di Roma,
del 1986, e al Muro del pianto di Gerusalemme, nel marzo del 2000) da lui compiuti
verso il popolo ebraico, l’annunciata beatificazione di Pio IX appariva contraddittoria
ed incomprensibile.
In effetti, nei mesi precedenti l’annunciata beatificazione, personalmente ebbi
modo di constatare l’amarezza e lo sconcerto della comunità ebraica romana per la
decisione di Wojtyla. E analoghi furono i sentimenti in molti cattolici.
Non essendoci nessuna ragione cogente che obbligasse il papa a beatificare Pio IX,
è necessario domandarsi perché egli così decise. La mia forte impressione è che,
in realtà, Wojtyla volesse proclamare l’inattaccabilità e la supremazia del pontificato
romano. E cioè: esaltare Pio IX, a prescindere dalle sue contraddizioni, era un
passo necessario per esaltare l’istituzione ecclesiastica. A costo di smentire,
indirettamente, il “nuovo corso” avviato dal Vaticano II.
Mi domando se, in questo caso, Wojtyla abbia osservato le virtù della prudenza e
della temperanza (l’invito ad avere, nell’agire, il senso della misura).
• I diritti umani violati
Il pontificato di Giovanni Paolo II è costellato di decisioni sue, o di organi
ufficiali della Curia romana (in particolare della Congregazione per la dottrina
della fede), che in sostanza hanno in vario modo punito la libertà di ricerca teologica:
teologi, teologhe, studiosi non “in linea” sono stati allontanati dalle loro cattedre,
o impediti di proseguire le loro ricerche. Non voglio qui fare il lungo elenco dei
castigati: mi permetto di rinviare alla lista, non esaustivo, compilata dall’agenzia
Adista [nr. … del …].
Nella maggior parte dei casi le procedure adottate da Roma per punire gli indiziati
non soddisfano lo standard che nei Paesi occidentali si esige perché un processo
sia considerato giusto, e comunque i provvedimenti punitivi non hanno dato all’imputato
il modo di difendersi adeguatamente.
Questa situazione è particolarmente stridente in un papa che è andato pellegrino
in tutto il mondo a proclamare le esigenze della giustizia e l’intangibilità dei
diritti umani.
Eppure, la ricerca della giustizia – nella Chiesa, anzitutto! – è, appunto, una
delle virtù cardinali che dovrebbero rifulgere in un “beato”. Tanto più se papa.
Aggiungo che, di norma, Wojtyla non volle mai ricevere pubblicamente in udienza
i “dissenzienti” (ma, un “padre”, non dovrebbe infine avere un dialogo a quattr’occhi
con il figlio che, a suo parere, sbaglia?), o compiere verso di essi un gesto di
amicizia. Un tale atteggiamento era il corollario inevitabile dell’intransigente
“difesa della verità”? Non necessariamente; e a smentire Giovanni Paolo II è stato
lo stesso suo successore che, pochi mesi dopo la sua elezione, ricevette in udienza
Hans Küng.
Quale che sia stato l’intimo convincimento della persona Wojtyla, è un fatto che
le scelte del papa Wojtyla hanno mostrato alla Chiesa un comportamento che indicava
come “nemici” quanti e quante avessero opinioni teologiche diverse dalle sue.
D’altra parte, la storia della Chiesa e delle Chiese dimostra che condanne affrettate
hanno soffocato idee che, con il passare del tempo, si sono invece rivelate più
giuste di quelle ufficiali. Anche per questo, mi pare, Wojtyla è stato assai imprudente.
• L’emergenza della questione femminile
Risolvere d’autorità i problemi acuti ed aspri può, all’apparenza, sciogliere
i nodi ma, in realtà, essi si aggrovigliano rendendo tutto più difficile. E’ quanto
– a mio parere – è accaduto, sotto Wojtyla, con la “questione-donna”.
Le crescenti e diffuse richieste di piena partecipazione della donna alla vita della
Chiesa sono state da Wojtyla soffocate. Senza entrare qui nelle problematiche teologiche
dei ministeri femminili o della donna-prete, si deve rilevare che il pontefice ha
accuratamente evitato di permettere, in proposito, un ampio dibattito, ad esempio
in un Sinodo dei vescovi ad hoc, o ascoltando pubblicamente un’ampia e variegata
rappresentanza delle donne.
Ma è prudente un pastore che deliberatamente evita di ascoltare che cosa dice l’”altra
metà del cielo”? Pur avendo esaltato più volte il “genio femminile”, ed avendo dedicato
alla “dignità della donna” una lettera apostolica (la Mulieris dignitatem, del 1988),
in realtà Wojtyla non ha ascoltato le richieste delle donne; le ha solo interpretate
a modo suo per conservare lo status quo dell’istituzione ecclesiastica.
Avendo negato, a livello istituzionale, un reale dibattito sulla “questione donna”,
Wojtyla si è assunto la responsabilità di impedire che varie posizioni emergessero,
si
confrontassero, si arricchissero nel reciproco ascolto e nella comune ricerca della
volontà di Dio.
• La vicenda di Oscar Romero
E’ in atto il tentativo – così a me sembra, leggendo i più recenti libri su mons.
Oscar Romero scritti da persone “sensibili” ai desiderata della Curia romana – di
descrivere come idilliaci i rapporti tra l’arcivescovo di San Salvador e il papa.
Credo che tale descrizione non corrisponda alla realtà, e che, al contrario, essa
sottenda il forte desiderio di proporre, sulla vicenda, un Wojtyla “comprensivo”
che non è esistito.
Varie testimonianze, tutte basate su affermazioni di mons. Romero, concordano nel
dire che il papa accolse con freddezza Romero quando (1979) a Roma lo ricevette
in udienza. In proposito posso portare anche un’esperienza personale.
Nel febbraio 1989 ho incontrato a Managua una religiosa – suor Vigil – che lavorava
presso il Centro ecumenico Valdivieso. Essa mi confermò di aver incontrato a Madrid
mons. Romero di ritorno da Roma (siamo sempre nella primavera del 1979) e di averlo
trovato “costernato” per la freddezza con cui il papa, durante l’udienza, aveva
valutato l’ampia documentazione, da lui stesso fatta pervenire in Vaticano, circa
la violazione dei diritti umani e della vita di quanti si erano opposti, anche fra
i suoi diretti collaboratori, all’oppressione esercitata dal governo salvadoregno
sulla popolazione. Oscar Romero avrebbe ricevuto dal papa una secca esortazione
ad andar “più d’accordo” con il governo.
A commento di quell’udienza – mi riferì ancora suor Vigil – Romero disse alla religiosa:
“Non mi sono mai sentito così solo, come a Roma”.
Il “clima” di quella famosa udienza non appare nella sua drammaticità dal diario
di Romero, che di essa pure fa cenno. Ma trarre da tale silenzio prova per smentire
la successiva, e ben più realistica, “confessione” dall’arcivescovo, mi sembrerebbe
un’operazione apologetica per salvare Wojtyla. E’ evidente, infatti, che nella difficilissima
situazione in cui si trovava, Romero, “non poteva” condannarsi da solo, dicendo
che il papa lo aveva rimproverato di “fare politica”. Tanto meno poteva dirlo dal
pulpito della cattedrale del Salvador. E, tuttavia, perché la verità si sapesse,
e quasi a futura memoria, agli amici più intimi raccontò quanto disse anche a suor
Vigil.
Al di là della vicenda dell’udienza, è un fatto che Wojtyla non fece gesti pubblici
e inequivocabili per mostrare di essere dalla parte di Romero, e di sostenerlo.
Del resto, se avesse voluto dire al mondo, con un gesto riconoscibile anche dai
più umili, di essere dalla parte di Romero, Wojtyla lo avrebbe pur potuto creare
cardinale nel suo primo concistoro (giugno 1979). Il che non fece.
Del resto, in oltre 26 anni di pontificato – e, cioè, sia prima che dopo la caduta
del muro di Berlino – Wojtyla ha mostrato, mi pare, un’incapacità radicale di cogliere
la sensibilità di quei milioni di persone che vedevano in Romero un martire della
giustizia, e la fondatezza pastorale ed evangelica di quei cristiani – religiose,
preti, vescovi, laici, uomini e donne – che si ispiravano alla “Teologia della liberazione”.
Una teologia dalla quale, agli inizi, lo stesso Romero riteneva di non essere in
sintonia, e della quale poi finì per incarnarne in modo esemplare lo spirito.
Nessun vescovo dell’America latina apertamente schierato con la “Teologia della
liberazione” è stato creato da Wojtyla cardinale: non che essi cercassero tale onore,
ma, nell’attuale sistema ecclesiastico, sarebbe pur stato importante che il papa
mostrasse apertamente la sua stima dando all’uno o all’altro la porpora. Non solo:
ma Wojtyla ha portato nella Curia romana prelati latinoamericani apertamente ostili
a Romero, accaniti avversari della “Teologia della liberazione” e, anche, talora,
non troppo coperti amici di dittatori.
Se, in tutte queste vicende, Wojtyla si sia segnalato per la virtù della prudenza
è tema che, ritengo, meriti approfondita riflessione. Molti dubbi, comunque, sono
leciti. In particolare, non vi sono segni che egli si sia chinato per cercare di
capire una “pastorale” e una “teologia” diversissime dalle sue.
• Il concubinato del clero
Non intendo esaminare tutta l’ampia problematica del celibato sacerdotale, cioè
l’insieme delle ragioni storiche, bibliche, ecclesiali che oggi ne consigliano,
o meno, il mantenimento nella Chiesa latina. Voglio solo affrontare uno spicchio
di tale realtà: il concubinato del clero. Con ciò non intendo affatto dire che tutto
il clero sia oggi concubinario: assolutamente no! Tutti conosciamo preti lieti e
fedeli al loro celibato, e carichi di umanità. Ma certo, per una parte, sia pure
limitata, del clero, il problema
esiste.
Ricordo un episodio: quando, come “padre” conciliare, ero al Vaticano II, avevo
come vicino di banco un vescovo dell’America latina. Questi rimase molto male quando
Paolo VI avocò a sé la questione della legge del celibato nella Chiesa latina, impedendo
dunque al Concilio di discuterne liberamente. In tale situazione, mi disse: “Caro
padre abate, e adesso come faccio, dato che nella mia diocesi tutti i preti sono
concubinari? Ero venuto in Concilio proprio per favorire l’abolizione della legge
del
celibato!”.
Già incombente ai tempi di Paolo VI, la questione del celibato si è fatta ancor
più grave sotto Giovanni Paolo II. A questo papa imputo come scelta assai temeraria
quella di avere impedito, in proposito, un reale dibattito ai vari livelli della
Chiesa.
Wojtyla ha talmente insistito sulla “saldatura” tra ministero presbiterale e celibato
da rendere di serie B i sacerdoti delle Chiese cattoliche orientali, spesso sposati.
Ma, soprattutto, la sua esasperata difesa della legge in atto ha dimenticato un
particolare decisivo, che un pastore saggio in alcun modo potrebbe ignorare: il
problema dei figli dei preti, e delle donne dei preti.
Obbligando i preti latini che, in relazioni clandestine, avessero avuto dei figli,
ad assumersi apertamente le loro responsabilità, e dunque a sposarsi per essere
– coram populo – padri amorosi dei loro figli, e sposi affettuosi di donne non più
tenute nascoste, si compirebbe un gesto di giustizia. Ribadendo invece la legge
del celibato, di fatto si esimono questi presbiteri dall’assumersi le loro responsabilità,
e si permette loro di continuare a trattare le madri dei loro figli come persone
senza diritti.
Sono migliaia e migliaia, nel mondo – dalla Germania, al Brasile al Congo – i figli
dei preti che non hanno diritto di avere una normale famiglia, essendo il loro padre
“inesistente”. Una tale situazione lede molti diritti umani, e stringe il cuore.
E’ impressionante che Wojtyla non abbia mai voluto affrontare pubblicamente questo
“tabù”, preferendo le certezze dell’istituzione alle dolorose conseguenze derivanti
dall’addentrarsi con realismo nelle problematiche concrete della vita, spesso assai
complicate.
Tema differente, ma sempre legato al clero, è quello delle violenze sessuali di
preti contro minori. La sgradevole impressione che si ha, in proposito, è che Wojtyla
abbia affrontato questa piaga tremenda solo quando essa esplose negli Stati Uniti
d’America, sul finire degli anni Novanta.
• Le dimissioni dal pontificato
Una delle conseguenze più corpose, perché più incidenti nella realtà, del Vaticano
II è stata la norma, infine stabilita dal nuovo Codice di diritto canonico, che
chiede ai vescovi che compiono 75 anni di presentare le loro dimissioni al papa,
che valuterà caso per caso.
Non so se si sia riflettuto sino in fondo sulla “teologia” che sottostà a tale norma:
una volta, infatti, si diceva che il vescovo è lo “sposo” della sua Chiesa, cioè
della sua diocesi, e perciò l’ama fino alla fine, cioè – in linea di principio –
ne resta titolare fino alla morte. Perché mai, infatti, uno sposo non sarebbe più
tale quando è avanti con gli anni?
Ad ogni modo, ammesso il principio non solo della legittimità, ma anche dell’opportunità
delle dimissioni dei vescovi diocesani a 75 anni, non si comprende perché a tale
normativa si sottragga il vescovo di Roma. Anche se non giuridicamente, ma di sicuro
moralmente, egli dovrebbe essere il primo ad applicare una tale legge. Perché è
il re il primo servo delle leggi di tutti.
Invece, quando Wojtyla compì i 75 anni, e ancor più quando, più tardi, andò aggravandosi
in modo irreversibile la sua malattia, impedendogli un reale controllo della Curia
romana, a chi direttamente o indirettamente gli suggeriva di rassegnare le dimissioni,
egli rispondeva che “Cristo non si dimise dalla croce”.
Vi è una contraddizione teologica grande nel ragionamento di Wojtyla: perché mai
sarebbe normale che, a 75 anni, un vescovo (che magari sta ancora bene in salute)
si dimetta dalla sua diocesi, e sarebbe inaudito invece che nella stessa situazione
si dimettesse il vescovo di Roma?
A me pare che da tale ragionamento emerga un substrato che considera il papa un
“super vescovo”: ma questo è del tutto contrario alla Lumen gentium. La mistica
della sofferenza connessa con il papa che, in quanto tale, “non può” dimettersi
senza tradire il Cristo sofferente, confligge con la decisione giuridica e pastorale
adombrata dal Vaticano II che chiede al vescovo “normale” di… discendere dalla croce
e lasciare in altre mani la diocesi.
A parte una tale questione di fondo, vi è poi un problema concreto: è stato prudente,
Wojtyla, a voler rimanere in carica quando era evidente da tanti mesi la sua impossibilità
di governare? Non ha forse, così facendo, favorito maneggi che permettevano all’una
o all’altra “cordata” curiale di far prevalere la propria linea, e dunque imporre
scelte, nomine, decisioni, tutte formalmente del pontefice, ma in effetti tutte
forse non sue?
Se la “resistenza” di Wojtyla fino alla fine è, per alcuni, un segno di particolare
fedeltà al proprio dovere, a me suscita invece molta perplessità, e mi induce appunto
a domandarmi dove, in tale dolorosa vicenda, lui abbia dimostrato in modo forte
le virtù dell’umiltà e delle prudenza.
• Lasciamo Wojtyla nella sua complessità
Esaminando i pochi fatti elencati appare evidente come sia difficile, per non
dire impossibile, distinguere tra le scelte dell’uomo Wojtyla e di Wojtyla papa.
Ora, è vero che, qualora lo si proclamasse “beato”, si preciserebbe che ciò avverrebbe
per aver accertato che egli visse le virtù in modo eroico, ma non si intenderebbe
con questo “santificare” tutte le sue scelte come pontefice. In teoria, la distinzione
corre; ed infatti – per rispondere in qualche modo alle critiche per sua incredibile
decisione – la propose lo stesso Wojtyla nel discorso in cui spiegò perché beatificava
Pio IX. Nei fatti, però, essa è zoppa, come dimostrò appunto la vicenda di Pio IX.
Immagino bene che la “macchina” del processo per la causa di beatificazione di Giovanni
Paolo II procederà inarrestabilmente verso il traguardo atteso. Per parte mia, ritenevo
mio dovere elencare i gravi dubbi che ho via via sollevato. Ho detto in altra sede,
e ci tengo qui a ribadirlo, che le mie riflessioni non derivano da alcun interesse
personale, o da alcun fazioso pre-giudizio, ma solo da un’onesta valutazione di
fatti e circostanze che, secondo la mia scienza e coscienza, non si dovrebbero sottacere.
Sono consapevole di essere solo una piccola voce, e naturalmente rispetto le molte
voci di altro tono. Ho parlato, e parlo, per amore della nostra Chiesa romana. Mi
rendo conto che, in un clima prevalentemente apologetico rispetto a Wojtyla, alcune
mie affermazioni sembreranno quasi inaudite. Eppure, molte persone, soprattutto
(ma non solo) in America latina, si ritroverebbero in esse.
Non ho potuto e voluto fare un’analisi esaustiva del pontificato di Wojtyla, delle
sue (secondo me) luci e delle sue (secondo me) ombre. Ad altri l’arduo compito!
Ma, ritengo, le pur poche cose dette potrebbero dare un aiuto per evitare sia critiche
aprioristiche che applausi scontati al pontificato wojtyliano.
Se potessi esprimere un sogno, sarebbe questo: che Wojtyla sia lasciato al giudizio
della storia, abbandonando dunque l’idea di elevarlo agli onori degli altari. Sono
infatti così complesse, e contraddittorie, le scelte del suo pontificato, che è
difficile separare luci e ombre, le personali convinzioni dell’uomo Wojtyla, la
sua pietà privata, dalle sue decisioni pubbliche. Credo che, lasciare Wojtyla nella
sua complessità, e come tale affidarlo alla storia, oltre che alla memoria della
Chiesa, sarebbe la scelta migliore per onorarlo nella sua sfaccettata verità.
L’insistenza e l’ansia con cui, molti ambienti, lavorano per la beatificazione di
Wojtyla, a me pare un atteggiamento che poco sa di evangelico, e molto di voglia
di esaltare il pontificato romano come istituzione.
Roma, 7 marzo 2007 |